Poco prima
della metà del Settecento il moralista e filosofo francese Vauvenargues
pubblicò la sua “Introduzione alla conoscenza dell’intelligenza”, un florilegio
di pensieri sottili e di invito alla riflessione. Vauvenargues mi aveva toccato fin da quando avevo letto questo
suo suggerimento: “Bisogna vivere come se non si dovesse morire mai”. Dalla nostra visione della vita bisogna dimenticare il nero. Basta un
forellino in questo schermo invadente per far irrompere un raggio di luce.
Bisogna vivere sempre operando, come se la morte non dovesse riguardarci. La
vita non finisce, si interrompe. Si passa la mano, come si passa il testimone
nella staffetta. C’è sempre qualcuno pronto ad afferrarlo e a continuare la
corsa. Bisogna vivere con gli altri, incontrare amici, trasmettere quello in
cui crediamo.
Bisogna
stare nel proprio giardino non per isolarsi, ma per averne cura e
consegnarlo ai successori, che vi attingeranno, che continueranno a lavorarlo.
Quando si butta il seme, per qualche tempo non accade nulla, non si vede nulla,
ma dopo la prima pioggia, un tenerissimo verde comincia ad affiorare. Neanche
la propria cultura, per modesta che sia, va perduta. Non ci si deve stancare di cercare il dialogo, di
trasmettere motivi di ripensamento. E’ necessario fare professione di modestia
e augurarsi che quel poco che abbiamo
appreso e costruito possa essere di
incitamento ad altri.
Pascal espresse una straordinaria immagine
a proposito dei limiti del sapere, proprio come stimolo a cercare sempre,
essendo il campo della conoscenza infinito e aperto a tutte le generazioni che
verranno. Cito a memoria: “Se voi continuate a mettere cose nuove in un
pallone, il pallone si gonfierà per contenerle e si arricchirà, ma mentre si
gonfia, mentre la sua superficie aumenta, aumentano i punti di contatto con
l’infinito, con l’ignoto”, cioè con tutto quello che resta ancora da scoprire.
Un invito alla modestia, dunque, il che
non deve far dimenticare che il compito degli intellettuali è importante, anche
se sovente disatteso.Non basta ammirare i grandi del passato e citarne la lungimiranza. Bisogna saper trarre profitto
dal loro insegnamento e impegnarsi a seguirne i suggerimenti.
Quando Rousseau scrive: “Libertà, religione e morale muoiono a mano
a mano che aumenta la prosperità del paese. I mali creati dalla civiltà non si
guariscono tornando indietro, ma solo
con una nuova civiltà”, ci indica chiaramente il cammino da seguire. Eppure, da
sempre, la generazione uscente reputa che la nuova generazione sbagli il passo,
che il mondo di ieri fosse più saggio e più vero, che i giovani siano
nell’errore e che il loro impegno vada soprattutto verso l’ozio e il
divertimento, per non parlare dell’eccesso
di libertà nei costumi.
Il nostro Giovanni Papini sottolineava
con finezza che “Ogni volta che una generazione appare al balcone della vita,
sembra che la sinfonia del mondo debba attaccare un tempo nuovo”. Non sono i
giovani che mancano al loro dovere. I giovani sono assetati di vita, di
libertà, di desiderio di conquista. Sono gli intellettuali che troppo
facilmente si chiudono nel loro castello per guardare con distacco dalla
finestra il fiume impetuoso che scorre ai loro piedi, alimentato da correnti
nuove, difficili da scandagliare.
Già nell’ormai lontano 1927 Julien Benda
col suo “Tradimento dei chierici” aveva cercato di scuotere dal torpore i tanti
intellettuali chiusi nel loro isolamento, o peggio ancora volti a mettere la
loro intelligenza e la loro cultura al servizio della politica Benda distingueva gli intellettuali in
chierici e laici. I chierici andavano
intesi come i cultori della ragione e dello spirito. I laici erano indicati
come coloro che si interessavano soltanto al raggiungimento di fini pratici. I
primi avrebbero dovuto dedicarsi al
progresso dell’umanità, al di sopra delle patrie, i secondi si preoccupavano
del temporale, in opposizione ai valori spirituali dei primi. Se a quel tempo
la prevalenza era nelle mani dei secondi, la situazione non è affatto cambiata.
Benda non si fermava a sottolineare la
spaccatura tra i due mondi della cultura, ma accusava i chierici di avere a
loro volta abbandonato quei valori in passato
tanto onorati.
Il
libro fece scandalo e suscitò infinite polemiche. Ma l’appello ai chierici non era e non è forse l’esigenza di
una società che ha bisogno di ritrovare valori spirituali per affrancarsi da
una conduzione politica dove la corruzione appare ed è accolta come un male
ineluttabile nella mappa del mondo?
Ancora una volta tocca ai chierici
dialogare con i giovani e cercare nella loro forza innovativa e generosa il
rinnovamento della società. I chierici sono nuovamente chiamati
all’appuntamento col tempo. E’ un’invocazione silenziosa che nasce da un
inconfessato bisogno, ormai pressante, nel cuore di tanti. La banalità e la superficialità dei messaggi
quotidiani dei media è di sconcertante desolazione. Quasi vergognandosi di se stessa, la cultura si nasconde in
sussurri notturni e nelle pagine specialistiche per i più dotti. Non basta neppure, ancorché meritevole, l’appuntamento per ascoltare la lettura dei
classici. E’ tempo di spalancare finestre e porte. C’è bisogno di aria
nuova. Bisogna imparare a discernere
tra le voci dei giovani quelle più nuove e apparentemente folli. Lì fermenta il
lievito dei grandi cambiamenti.
Al caro amico dott.
Luciano Riboldi per una conversazione serale.