PACE E AMORE:la saggezza di sempre.
Un momento di riflessione.
Djalal
al-Din Rumi è un nome che le letterature di tutto il mondo conoscono. Rumi appare trattato sia nella letteratura
turca sia in quella persiana, poiché scrive in entrambe le lingue. Trovò la sua
vera casa a Konia, in Turchia e lì il suo ricordo è rimasto incancellabile.
Tutta la sua opera è un canto mistico e un cantico d’amore. Il suo pensiero e
la sua poesia si aprono in un perido del tutto particolare della travagliata
età medievale. Rumi nasce nel 1207, poco dopo la conquista di Costantinopoli da parte dei Crociati, che
vi fecero scempio, e muore tre anni dopo la fine della lunga avventura
crociata, conclusasi nel 1270 con la morte a Tunisi di Luigi IX il Santo, re di
Francia, le cui ossa, dopo la bollitura
della salma, verranno portate a Parigi. Fine di una guerra lunga (otto
spedizioni), sangue a fiumi e tanto odio a oscurare l’anima. Un grande
scrittore del secolo scorso, Gorges Bernanos, sottolineò che la devastazione
morale causata da una guerra è ben superiore alla devastante strage umana di
cui è causa. Nessuno ha mai ascoltato Guy de Maupassant quando invitò gli
uomini a imparare a disonorare la guerra per accogliere lo spirito di
tolleranza e di accettazione delle diversità.
Le
Crociate tuttavia non diedero il meglio soltanto nella conoscenza delle
albicocche, come sottolinea con sarcasmo Jacques Le Goff, ma
arricchirono la letteratura occidentale del messaggio cortese: finezza,
eleganza, esaltazione della dama furono il nutrimento della nuova poesia. Non sappiamo quanto la patria dell’amor
cortese abbia dovuto alla poesia di Rumi. Sappiamo quanto Rumi abbia dovuto al maestro Sciams-e Tabrizi, la
cui morte fu per lui motivo di acerbo dolore e come proprio in seguito a quella
morte egli abbia fondato la sua famosa tarika di dervisci. I cinquantamia
distici del suo Divan, i ventiseimila versi doppi del suo Masnavi Spirituale e il suo Fihi Maz Fihi (Ciò che
c’è), sono nonostante tante diversità, l’opera unitaria di un maestro che porta
a vette somme un entusiasmo mistico-estatico dei valori dello spirito e del
dolce e appassionato sentimento dell’amore. Rumi ha cantato la bellezza del
mondo, che ha percepito come lo specchio del volto di Dio nella rivelazione
della bellezza umana. Rumi componeva i suoi ghazal danzando in cerchio intorno
a una colonna della sua scuola e ritmava i suoi versi cantando e battendo le
mani, esaltando lo stupore di esistere. Molto più tardi Paul Eluard celebrava
così il valore dell’esistenza: “La vita
è una sola, dunque non può essere che perfetta”. Rumi ha scritto molto, pur
confessando che a volte la poesia gli veniva in uggia. “Faccio della poesia,
diceva, perché gli amici che vengono da me non se ne vadano delusi”. Con lui la mistica è entrata trionfalmente
nella lirica.
La
poesia di Rumi si incontra con il Roman de la Rose di Jean de Meung
(1240-1305). Il suo panteismo incontra il pensiero del poeta francese che identifica la bontà di Dio nella
fecondità del mondo, dove le creature assolvono al principio di partecipare
alla funzione creatrice dell’Essere eterno. E’ la filosofia della pienezza, del
desiderio del mondo di continuare a esistere.
Jean de Meung vede nell’amore una trappola della natura (o una volontà
divina) affinché ogni creatura continui a generare i suoi simili. La
trasgressione è colpa. Dio ha dato
mandato alla natura di provvedere a se stessa e l’amore è il grande mediatore
di questo ordine. L’orror vacui è imperante.
Soltanto
l’amore e la pace possono disegnare l’itinerario che l’uomo deve seguire per
giungere alla beatitudine celeste. Il distacco dalla vanità, dal formalismo, la
scelta della carità sono comuni allo spirito cristiano e al sufismo di
Rumi.
L’amore
non può essere soltanto un sentimento spirituale. In tal caso Dio non avrebbe
creato un mondo materiale. Gli stessi santi quando esplodono nelle loro
dichiarazioni d’amore verso Dio, arroventano la loro passione con immaginazioni
sensuali. Rumi mira nella bellezza umana sempre rifiorente l’eterna infanzia
del mondo, sì che l’anima, giunta al cospetto di Dio diventa simile “al fluire
dei fiumi e dei torrenti e brilla come luce delle stelle, come è nel Suo volere”.
Sette
secoli dopo, il poeta cattolico Paul Claudel celebrerà l’eterna fanciullezza di Dio.