PACE E AMORE:la saggezza di sempre.

Un momento di riflessione.

 

Silvio Locatelli

 

Djalal al-Din Rumi è un nome che le letterature di tutto il mondo conoscono.  Rumi appare trattato sia nella letteratura turca sia in quella persiana, poiché scrive in entrambe le lingue. Trovò la sua vera casa a Konia, in Turchia e lì il suo ricordo è rimasto incancellabile. Tutta la sua opera è un canto mistico e un cantico d’amore. Il suo pensiero e la sua poesia si aprono in un perido del tutto particolare della travagliata età medievale. Rumi nasce nel 1207, poco dopo la conquista di    Costantinopoli da parte dei Crociati, che vi fecero scempio, e muore tre anni dopo la fine della lunga avventura crociata, conclusasi nel 1270 con la morte a Tunisi di Luigi IX il Santo, re di Francia,  le cui ossa, dopo la bollitura della salma, verranno portate a Parigi. Fine di una guerra lunga (otto spedizioni), sangue a fiumi e tanto odio a oscurare l’anima. Un grande scrittore del secolo scorso, Gorges Bernanos, sottolineò che la devastazione morale causata da una guerra è ben superiore alla devastante strage umana di cui è causa. Nessuno ha mai ascoltato Guy de Maupassant quando invitò gli uomini a imparare a disonorare la guerra per accogliere lo spirito di tolleranza e di accettazione delle diversità.

Le Crociate tuttavia non diedero il meglio soltanto nella conoscenza delle albicocche, come sottolinea con sarcasmo Jacques Le Goff,  ma   arricchirono la letteratura occidentale del messaggio cortese: finezza, eleganza, esaltazione della dama furono il nutrimento della nuova poesia.  Non sappiamo quanto la patria dell’amor cortese abbia dovuto alla poesia di Rumi. Sappiamo quanto Rumi  abbia dovuto al maestro Sciams-e Tabrizi, la cui morte fu per lui motivo di acerbo dolore e come proprio in seguito a quella morte egli abbia fondato la sua famosa tarika di dervisci. I cinquantamia distici del suo Divan, i ventiseimila versi doppi del suo Masnavi  Spirituale e il suo Fihi Maz Fihi (Ciò che c’è), sono nonostante tante diversità, l’opera unitaria di un maestro che porta a vette somme un entusiasmo mistico-estatico dei valori dello spirito e del dolce e appassionato sentimento dell’amore. Rumi ha cantato la bellezza del mondo, che ha percepito come lo specchio del volto di Dio nella rivelazione della bellezza umana. Rumi componeva i suoi ghazal danzando in cerchio intorno a una colonna della sua scuola e ritmava i suoi versi cantando e battendo le mani, esaltando lo stupore di esistere. Molto più tardi Paul Eluard celebrava così il valore dell’esistenza:  “La vita è una sola, dunque non può essere che perfetta”. Rumi ha scritto molto, pur confessando che a volte la poesia gli veniva in uggia. “Faccio della poesia, diceva, perché gli amici che vengono da me non se ne vadano delusi”.  Con lui la mistica è entrata trionfalmente nella lirica.

La poesia di Rumi si incontra con il Roman de la Rose di Jean de Meung (1240-1305). Il suo panteismo incontra il pensiero del poeta francese  che identifica la bontà di Dio nella fecondità del mondo, dove le creature assolvono al principio di partecipare alla funzione creatrice dell’Essere eterno. E’ la filosofia della pienezza, del desiderio del mondo di continuare a esistere.  Jean de Meung vede nell’amore una trappola della natura (o una volontà divina) affinché ogni creatura continui a generare i suoi simili. La trasgressione  è colpa. Dio ha dato mandato alla natura di provvedere a se stessa e l’amore è il grande mediatore di questo ordine. L’orror vacui è imperante.

Soltanto l’amore e la pace possono disegnare l’itinerario che l’uomo deve seguire per giungere alla beatitudine celeste. Il distacco dalla vanità, dal formalismo, la scelta della carità sono comuni allo spirito cristiano e al sufismo di Rumi. 

L’amore non può essere soltanto un sentimento spirituale. In tal caso Dio non avrebbe creato un mondo materiale. Gli stessi santi quando esplodono nelle loro dichiarazioni d’amore verso Dio, arroventano la loro passione con immaginazioni sensuali. Rumi mira nella bellezza umana sempre rifiorente l’eterna infanzia del mondo, sì che l’anima, giunta al cospetto di Dio diventa simile “al fluire dei fiumi e dei torrenti e brilla come luce delle stelle, come è nel  Suo volere”.

Sette secoli dopo, il poeta cattolico Paul Claudel celebrerà  l’eterna fanciullezza di Dio.