“GIANNI PER GIANNI”

 

Romeo Lucioni – Ida Basso

 

 

 

Se analizzassimo il processo terapeutico e le modificazioni indotte in questo periodo, possiamo considerare che:

-   All’inizio del trattamento si prendono in considerazione tutte le possibilità che il ragazzo esegua quanto gli venga richiesto. Gianni si opponeva “ferocemente” anche solo a camminare, così che veniva proprio trascinato da un punto all’altro del grande terrazzo e, ad ogni arrivo, lo si portava ad afferrare la rete metallica, cercando di “mimare” la “… voglia di uscire dalle sbarre”, ad osservare il paesaggio, a emettere dei suoni indiscriminati, ma potenti.

-   Questi momenti venivano utilizzati per compiere altri gesti come dare un calcio a piccole palle sparse disordinatamente, a saultare, accarezzandole, le foglie della siepe, a spingere una sedia ed andare a sedersi. Questo gesto era sempre particolarmente difficile da ottenere proprio perché rompeva l’abitudine di stare seduto, ma infilato nel bracciolo. Stare seduto “bene” era invece un atto obbligato che però nel tempo di qualche mese Gianni ha cominciato ad accettare.

 

Questo è stato il primo grande problema sul piano della generalizzazione perché quando i maestri hanno cercato di imporlo in classe si sono trovati che Gianni, appena lasciato seduto, ma solo, si alzava e andava a strappare i capelli ai compagni. Ne è derivato che se nel setting terapeutico sta seduto normalmente (è comunque sempre sotto controllo) negli altri ambienti (scuola, salone, ecc.) lo si mantiene con le gambe infilate nel bracciolo, mezzo che permette che stia ralativamente tranquillo se nessuno gli si avvicina.

L’essere contenuto diventa un desiderio ed una obbligatorietà, cioè Gianni non ne può fare a meno, cosa che sottolinea i suoi bisogni fusionali che fanno riferimento alla perdita di identità che, come abbiamo già sottolineato, diventa un fatto concreto:

         Io sono io se sono in situazione di fusione e

                  divento un nulla (sparisco) se sono solo

                  l’angoscia della separazione giustifica le espressioni aggressive

                  e l’impossibilità di pensarsi come “uno”, cioè un sé-indipendente.

Aggredire diventa un atto automatico di difesa contro la frustrazione della separazione. Il “desiderio” diventa vivere fantasmi che realizzano il desiderio-fusionale e diventa “barriere dell’interdetto” essere abbandonato, che eqivale ad essere morto o, meglio, “dissolto nel nulla”. Aggredire ed afferrare è ripristinare la simbiosi e distruggere gli oggetti equivale a far sparire le cose che non sono unite, che possono essere buttate via.

Bloccare il desiderio (sciolto nella fusione) è il miglior modo per “non godere”, per entrare nell’isolamento autistico, acquisire il proprio luogo, la stuoia-salvezza.

Rompere lo sbarramento diventa impossibile e può essere ottenuto solo nella terapia in quanto il comportamento diventa linguaggio, si fa transfert che viene continuamente “distrutto e ricreato” attraverso dinamiche che il terapeuta deve affrontare proprio perché si producono in continuità sentimenti di amore e di odio che devono essere affrontati.

In questa logica di essere-non essere

                   di vita e di morte

                   di simbiosi e di separazione

                   di agire e non agire

la terapia tende a spiegare quanto succede nella pratica e, se al terapeutaquanto succede (lo scritto) serve per produrre una valutazione, per il soggetto serve a strutturare un modello nuovo di desiderio fondato sul “desiderio dell’analista” che, riproducendo simbioticamente l’atto sinbiotico, porta però anche ad agire.

Quando Paolo sale le scale da solo e dice “uno-due”, lega il proprio agire al desiderio dell’altro; la voce lega perché è desiderio che unisce mentre il “piacere” separa.

Considerando queste dinamiche, la pratica dell’ E.I.T. si struttura come analisi del transfert, quindi trattamento psicoanalitico e l’ Io-ausiliario è ponte dove il transfert è continuamente sciolto e ricreato.

Le attività scelte non si integrano mai in un tessuto di soddisfazione, ma rispecchiano la ricerca di un linguaggio. In questo deve essere letto l’uno-due di Gianni che è appunto il linguaggio che lega, ma, a questo punto, lega due unità o due diversità; sono i momenti in cui Gianni vive l’essere se stesso, vero perché riconosciuto dall’Altro nell’Altro.

In questo ordine di cose entrano anche le parole dette e, ancor meglio, gridate: papà, mamma, dani, zia, titti, ecc. sono i legami con la realtà terza, l’altro che c’è come simbolo di una realtà percepita, non “toccata”, ma altrettanto reale.

 

 

 

 

Il “miglioramento” del quadro psicopatologico autistico può valutarsi analizzando le capacità di modulare una “comunicazione” verbale (o pre-verbale) e non-verbale:

§         aumento del numero delle parole

da  = ciao – no – moira

ora = sì – titti – lila – lula – tata – uno – mamma – papà – nonno – nonna

§         prime esperienze fonetiche con due parole

uno, due; ciao, lita

§         riconoscere la voce dei terapeuti e chiamarli con monosillabi o con lo schioccare delle dita

§         ricordare le cose fatte e porsi davanti alla rete metallica per gridare come un “orango”

§         ripetere le vocali e/o sillabe davanti allo specchio

§         dire “lui” riferendosi a se stesso

§         indicare molto appropriatamente il terapeuta o gli altri educatori

§         dire “noi” quando vuole riferirsi alla “coppia terapeutica”

 

 



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