ALZHEIMER:
MALATTIA SOCIALE
Romeo Lucioni
La demenza di
Alzheimer è da considerarsi, senza dubbio, “malattia
sociale”, per il gran numero di persone che ne sono direttamente
interessate; in Italia si parla di 2.000.000 di persone: 500.000 malati (3-4%
della popolazione ultra-sessantenne) ai quali va sommato un numero di
caregivers tre volte più grande.
Il sociale della
malattia riguarda anche l’enorme spesa necessaria per l’assistenza che, per il
momento, è in gran parte sostenuta dai famigliari.
Questi dati non
tengono conto del costo derivato dalla perdita di ore di lavoro dei caregivers
ed inoltre delle spese relative ai farmaci e ad esami clinici e strumentali
che, seppure di difficile quantificazione, sono però sicuramente ingenti.
Il problema dell’Alzheimer,
va ricordato, non esaurisce quello della demnza, dal momento che tutti i dati
dovrebbero essere raddoppiati e, quindi, si dovrebbe parlare di 1.000.000 di
malati; in realtà, però, dobbiamo tenere separate le due forme cliniche perché
quella Alzheimer è del tutto particolare, molto più penetrante, caratterizzata
da un decadimento inarrestabile e da disturbi comportamentali che la rendono,
come volgarmente si dice, … micidiale!!
Sono proprio i
famigliari degli Alzheimer a poter raccontarci il “dramma” che devono
sopportare, 24 ore su 24, obbligati ad una rinuncia totale della propria vita,
costretti a situazioni relazionali pesantissime perché questi malati possono
anche arrivare ad aggredirli, oltre a neppur ricordare il nome o le sembianze
di chi li cura amorevolmente.
I problemi
relazionali legati alla demenza vascolare, per l’andamento a gradini e per la
minore compromissione delle capacità psico-mentali e per i più tenui disturbi
comportamentali, forse sono anche, in qualche modo, più sopportabili, meglio
affrontabili.
Di fronte al “flagelloAlzheimer” sono state avviate in
tutto il mondo delle strategie particolari nel tentativo di dare una risposta
ai bisogni delle famiglie, ma ancora non si è trovata una soluzione valida e
soddisfaciente.
In Lombardia,
proprio per poter proporre un tentativo di soluzione del problema, è stato
avviato, negli ultimi anni, un piano, denominato “Sperimentazione gestionale della rete regionale dei servizi per anziani
affetti da Alzheimer” con una funzione di “prevenzione, formazione ed
educazione”.
Nell’ambito del
piano una cinquantina di Nuclei Alzheimer
devono permettere condizioni di protezione e sicurezza, per metter in moto,
attraverso una “assistenza specifica”,
“stimoli riabilitativi adeguati”.
In realtà i Nuclei
Alzheimer hanno sino ad ora assolto al compito del “ricovero adeguato”, ma non
sono riusciti a produrre un programma riabilitativo.
Il problema è
alquanto complicato, soprattutto perché si era forse creduto molto nello
sviluppo di progetti farmacoterapici adeguati, ma questi non sono arrivati. Al
contrario, le ultime ricerche ci dicono che gli ormai famosi
anticolinesterasici sono veramente poco efficaci, così che il “curare la
malattia di Alzheimer” resta ancora un sogno.
Per questo motivo,
oggi alle famiglie non resta che una sola strada, quella del ricovero,
l’internazione in “costosi centri specializzati” (consideriamo che ancora le
case di riposo rifutano i pazienti Alzheimer che sono motivo di disordine e di
un infinito moltiplicarsi di problemi; la Regione Lombardia paga un sur-plus
per favorire il ricovero nei Nuclei Alzheimer, ma … sino a quando??).
La strada
dell’internazione è stata però sempre considerata impraticabile proprio perché
(visto il numero dei malati) sarebbe come ricreare dei veri e propri ghetti,
simili a quelli chiusi negli ultimi mesi che per decenni avevano raccolto i
malati psichici. Inoltre, il costo elevatissimo di questi inserimenti li
rendono inattuabili.
Ci troviamo così di
fronte ad un problema che diventa sempre più grande perché l’allungamento della
“aspettativa di vita” porta a far vivere di più anche agli Alzheimer, che non
muoiono per la loro demenza, ma con la loro demenza.
La durata della
malattia varia da 7 a 20 anni e questo ci dice la gravità della situazione.
L’alternativa che
viene presentata è ricovero o tenere il demente in casa aspettando passivamente
che possa cambiare qualcosa!!
Se non è possibile
ricoverare tutti i dementi diventa altrettanto impossibile aspettare, … sarebbe
suicida!!
Di fronte a questo
panorama si tentano strategie nuove, alternative, anche pure illusioni che
servono solo a tamponare l’angoscia di fronte alla “catastrofe” o a cercare di
far rivivere speranze, anche tenui, ma piccole luci lanciate verso il futuro
nero!!
Di fronte a questo panorama
sembrano tornare all’ordine del giorno tentativi terapeutici non farmacologici
che però non sono stati in grado di poter essere considerati una terapia dal
momento che possono essere annoverati come interventi ludico-ricreativi,
assistenziali, palliativi, protesici, di dimensione globale aspecifica.
La ROT alla quale si
deve molto per l’ampio lavoro svolto e per i tentativi che si sono fatti per
valutarne esattamente i risultati, viene riconosciuta poco efficace, cioè
incapace di frenare l’inesorabilità della malattia, ma forse sono mancate basi
teoriche più ampie e più approfondite per poter raggiungere migliori risultati.
Così che si dice che
“…l’efficacia della ROT è subordinata essenzialmente all’entusiasmo degli
operatori”.
Da anni ormai
applichiamo una psicoterapia basata sul promuovere lo sviluppo dell’Io
destrutturato dalla malattia, che è stata chiamata E.I.T. – terapia di
integrazione emotivo-affettiva.
Come dicono
O.Zanetti e T. Metitieri (1998) “l’obiettivo realistico dell’approccio riabilitativo
nel paziente demente consiste nel rallentamento della progressione della
malattia , piuttosto che nel ripristino della functio lesa.
Questo spunto è di
grande importanza perché inquadra il senso profondo dell’intervento di “cura”
delle terapie non farmacologiche che devono staccarsi da quel generico e, a
volte, poco chiaro “miglioramento della qualità della vita” che vorrebbe dire
tutto, ma non dice proprio niente perché non è così facile definire la “qualità
della vita in un demente”, tanto più che se la misuriamo con il metro degli
operatori o dei volontari.
Quando ci poniamo a
programmare una terapia non farmacologica dobbiamo accertare che si fondi su
basi teoriche definite, chiare e condivisibili.
Se ci riferiamo alla
“tradizione” questa teoria trova il proprio valore nelle basi pratiche
dell’intervento, nell’osservazione, nella validazione dei risultati attraverso
tabelle e/o tests elaborati su un numero sufficientemente grande di pazienti
trattati.
Tutto questo è stato
fatto nell’E.I.T. che così è stata strutturata come:
·
Psicoterapia di gruppo con basi psicodinamiche
ampie e continuamente studiate;
·
Intervento che utilizza personale altamente
specializzato, che ha seguito corsi di formazione e stages di preparazione
pratica oltre che controllato da supervisioni continue;
·
Partecipazione dei parenti e dei caregivers
che così possono osservare i cambiamenti ed i miglioramenti che dimostrano i
loro famigliari malati;
·
Coinvolgimento dei volontari che aiutano al
recupero sociale dei pazienti che già hanno migliorato le loro performance
personali.