Identità e disturbi
pervasivi dello sviluppo.
Romeo Lucioni
Leggendo Slavoij Zizek ho pensato che a volte risulta provocatorio, nella pratica clinica, dover difendere la dignità dei nostri pazienti e la loro identità.
L'aumento dell'uso degli psicofarmaci ci mette di fronte all’ angoscia di sentirsi di non essere più se stessi, di aver perso le caratteristiche date, per l'effetto delle droghe che producono cambiamenti nella struttura naturale e crediamo di diventare mediatici (non più naturali).
Come prima reazione, questi pazienti buttano via i farmaci (con il rischio di provocare una sindrome di rebound che è, per es., un quadro depressivo e/o un attacco di panico). Io sono psichiatra-psicoterapeuta e devo riconoscere che l'uso moderato di psicofarmaci è molto utile, aiuta moltissimo soprattutto se si rende il paziente libero di modificare la dose, entro margini controllati.
A volte l'osservazione clinica ci permette di scoprire l'abbandono del farmaco, ma questo rischio credo sia minore di un eccessivo ed ossessivo controllo, che ostacola lo psicoterapeuta che deve fare attenzione alla parte psi e non alla cosa chimica.
Ritornando all'identità, dimezzata y/o naturale, credo che sia già un problema che deve essere controllato in un trattamento psi e, eventualmente, affrontato perché a volte si nascondono sentimenti di paura e di angoscia per l’obbligo di dover assumere una identità propria.
Possiamo facilmente ricordarci di esperienze riferite alla paura di crescere che si riscontra in personalità deboli e in quadri di difficoltà nell'identificazione o in esperienze di abuso.
Queste considerazioni sorgono molto drammaticamente con i piccoli borderline che fanno della loro ingenuità, della dignità, della autonomia e della difesa dell’identità il fondamento etico della vita.
Da un punto di vista psicoanalitico il problema si riferisce all'autonomia dell'ordine simbolico. Di fronte ad un blocco dello sviluppo che dovrebbe portare al se-stesso-sociale, il soggetto, in un atteggiamento paranoico, si sente esposto alla distruttività di un padre arcaico e persecutorio, e, quindi, si rinchiude obbligando l'ambiente ad accettare la sua forma di capire le cose: la sua insensatezza.
Risulta interessante analizzare le differenze tra Autismo di Kanner, Autismo Ipercinetico ed Autismo di Asperger:
§ Nel primo non si strutturano gli oggetti interni né quelli esterni, che risultano parziali, vale dire che non posseggono la verità (che solamente si organizza nella relazione: nell'occhio dell'Altro) e generano ansietà ed angoscia. Non si organizza il sistema rappresentazionale condiviso; il pensiero è di tipo concreto; l'isolamento viene usato come autodifesa; la curiosità é utilizzata per indagare il proprio ambito e per agire una difesa aggressiva quando viene superato un limite virtuale; non si sviluppa il linguaggio.
§ Nei piccoli ipercinetici la tappa della creazione degli oggetti viene raggiunta, ma non possono essere utilizzati, perché non vengono iscritti come realtà da salvare, per un uso futuro: possono essere buttati via o distrutti con facilità. L'Altro è svalutato e vissuto come persecutorio sebbene è costantemente cercato come modello; il pensiero non supera il limite affettivo così non può organizzarsi nel valore simbolico; la curiosità si mostra in forma ampia ma non risulta sostenuta dall'attenzione; i meccanismi mentali sono dominati da un sentimento di incapacità e di inadeguatezza; il corpo risulta ipervalorizzato e l'identificazione (mancando gli oggetti referenziali) si vincola al movimento che scaccia gli altri valori, mettendo un serio pericolo lo sviluppo del simbolico e del cognitivo. Il linguaggio è poco sviluppato, determinando una forte propensione al ritardo mentale.
§ Negli Asperger gli oggetti sono raggiunti, la coscienza funziona normalmente ma il sistema rappresentazionale risulta molto particolare, dominato da dubbi continui: l'individuo si trova nella situazione di non poter decidere mai, scoprendosi sempre di fronte a due porte e gli estremi si confondono determinando una paralisi, un non potere scegliere. L'individuo utilizza, come modello difensivo, il lanciarsi in un'ossessiva necessità di imparare e di conoscere che dovrebbe bloccare l'ansietà, ma il confronto con un oggetto-padre arcaico ed onnipotente genera sentimenti di incapacità, di inutilità e di inadeguatezza. Queste idee generano una bassa autostima ed una continua lotta intrapsichica che allontana inesorabilmente il soggetto dalla realtà, portandolo verso la frustrazione e determinando un desiderio di isolamento e la rinuncia del sociale che viene svalutato.
Se siamo riusciti a fare una buona analisi dei tre quadri psicopatologici, restano le difficoltà di elaborare un programma terapeutico efficace ed adeguato al desiderio di cura.
o Nella pratica è più facile arrivare a risolvere le problematiche dell’ipercinetico che gradualmente riesce a migliorare la sua autostima accettando la socializzazione e lo scambio relazionale.
o Coi ragazzi autistici di Kanner le difficoltà si fanno molto più severe ed i risultati riabilitativi limitati. Se si riesce facilmente ad eliminare i movimenti ripetitivo-compulsivi, non è così con la tendenza ad isolarsi e con il desiderio oppositivo. A volte il comportamento autistico viene superato o eliminato nell’ambito della relazione terapeutica, ma non passa ad una generalizzazione così l'individuo mantiene i suoi sintomi nell'ambo familiare e sociale benché si comporti perfettamente nel setting terapeutico. Sono facili le retrocessioni che sono facilitate quando venga abbandonato, anche solo temporaneamente, la terapia. Sembra che fallisca la simbolizzazione, il passaggio da un pensiero affettivo a quello simbolico, che permette di usare l'esperienza per imparare. Si ha difficoltà ad eliminare l'attitudine a voler imporre il propria volontà ad obbligare l'Altro ad accettare i propri desideri. Il rifiuto della relazione porta a confermare il carattere sociale della mente ed a giustificare la caratteristica pervasiva della confusione autistica. L’imposizione che si usa per cercare di togliere il ragazzo dall'isolamento può generare forze contrarie e negative ma non abbiamo altri mezzi perché falliscono i meccanismi di autoidentificazione e di autosoddisfazione, ed inoltre non risultano efficaci i rinforzi positivi e neppure quelli negativi.
o Nell'Asperger la terapia porta a buoni risultati ma sono molto facili le regressioni dal momento che i legami affettivi risultano molto deboli e facilmente frantumabili.
In tutti questi casi, l’esperienza ha dimostrato l’efficacia di una terapia relazionale di tipo olistico come l’ E.I.T. (terapia di integrazione emotivo-affettiva) che mira a risolvere le situazioni traumatiche generate dal disarmonico funzionamento psico-mentale.
L’armonizzazione delle funzioni superiori (psicomotricità, emotività, affettività e processi cognitivo-intellettivi) permette una induzione mentale diretta con il ripristino di validi livelli di coscienza ed autocoscienza, l’organizzazione di un sistema rappresentazionale condiviso, la strutturazione di interazioni interpersonali di alto significato timologico (fondato sui valori e sugli affetti).
Accrescere il livello esperienziali e relazionale, attraverso una stimolazione armonica, porta a riorganizzare il senso di sé, la soggettivazione e quel senso si appartenenza ad un mondo affettivo, conosciuto, riparatore e capace di dare sostegno, indispensabile per l’integrazione emotivo-affettiva.