Gianni: tra istinto e vissuti

 

Romeo Lucioni – Riccardo Grassi

 

Quando affrontiamo il problema di un bambino o di un giovane autistico, per prima cosa ci poniamo il quesito che include la meta e gli obiettivi del trattamento.

Di fronte ad altri malati centriamo l’interesse su cosa e come fare per “curare”, un bambino autistico, al contrario, lo sentiamo “potenzialmente aperto alla vita”, ma imprevedibile, oscuramente indecifrabile e, soprattutto, racchiuso in una muraglia (la “Fortezza vuota” di Bruno Bettelheim) o sprofondato in una caverna inaccessibile da cui bisogna farlo uscire.

Se ogni caso psicopatologico ci impone una riflessione clinico-terapeutica, quando affrontiamo l’autismo ogni caso è differente, ma, non solo, è … “insubordinato” proprio perché, nell’ambito della pratica, del poter seguire una o altra modalità terapeutica e/o riabilitativa, dobbiamo anche intraprendere uno “studio” che tiene conto di elementi clinici ed altri teorici altrettanto fondamentali.

In qualche modo, quindi, il trattamento di ogni autistico diventa una questione ardua, nella quale pratica e teoria non possono essere dissociate formando così una tesi sempre nuova e in rinnovamento.

Proprio per questo ripetiamo che ogni caso è un “iceberg” della paidopasichiatria e, per essere affrontato seriamente, deve prevedere un intervento multidisciplinare ed anche l’aiuto di figure di riferimento che fanno parte della famiglia (intesa anche in senso lato), della scuola, degli ambiti dell’istituzionalizzazione, dei centri diurni e di quelli più o meno attivi creati dal volontariato.

In questa ottica c’è una presa di posizione molto precisa che ci insegna che un autismo non può essere affrontato e superato se non si prevede una soluzione sociale, se cioè il nostro paziente non ritorni nell’alveo della e delle relazioni. Con questo obiettivo chi intraprende un programma di “cura” deve capire i processi psico-mentali che sottendono al comportamento e considerare costantemente quanto sia dovuto all’istinto, quanto alla partecipazione emotivo-affettiva ed anche alla parte che configura i processi cognitivi.

 

Una serie complementaria che lega istinto e vissuto costituisce per Freud un approccio utile per studiare il processo di costruzione della struttura psichica.

Importante questa asserzione che dà senso alle impressioni sensoriali, alle impronte mnesiche, all’iscrizione psichica proprio perché distoglie lo sviluppo psico-mentale dall’ordine del conflitto e/o del trauma.

Alcuni prodotti psichici possono, quindi, generarsi e strutturarsi solo perché emergenti da una relazione, dal flusso e riflusso delle esperienze.

Gianni, un bambino autistico di 12 anni che da due segue una psicoterapia relazionale – E.I.T. – ha dimostrato tutta una serie di miglioramenti della sintomatologia autistica rigorosa che era caratterizzata da:

-        isolamento;

-        aggressività;

-        mancanza di linguaggio;

-        incapacità di strutturare il pensiero;

-        difficoltà nell’attività psico-motoria ed anche nella coordinazione;

-        impossibilità di apprendere dall’esperienza;

-        inadeguatezza nelle funzioni di base e nel controllo sfinterico.

Il processo terapeutico ha portato ad un miglioramento notevole delle sue attività psico-mentali e comportamentali:

a.     si è ridotta l’aggressività, lasciando il posto ad una opposizione che si scatena quando si comunicia a fare qualcosa di nuovo;

b.     si osserva la capacità di esprimere affettuosità che non sono più mere risposte controfobiche;

c.      si evidenziano buone potenzialità psico-cognitive;

d.     si é sviluppata una buona memorizzazione degli accadimenti e delle persone di riferimento.

 

Tutto questo, però, è visibile e verificabile solo nel rapporto interpersonale con il  terapeuta; gli altri psicologi che fanno parte del team, gli educatori e gli assistenti non possono neppure avvicinarsi se non c’è il terapeuta.

Questa particolare espressione comportamentale è tanto evidente da risultare fastidiosa ed, inoltre, sempre disturbante per tutto l’ambiente istituzionale.

Gianni, sin dai due anni, ha dimostrato una sintomatologia autistica che si è andata accentuando e aggravando: è diventata del tutto ingestibile. In casa vive praticamente nella sua stanza, a pian terreno, dalla quale esce solo per andare a tavola (i famigliari vivono al primo piano); dai due anni il padre non l’ha più portato in macchina perché distruggeva tutto; la famiglia non mantiene rapporti sociali perché lui aggredisce gli estranei.

Dai 4 anni è stato seguito da un centro specializzato che, dopo aver diagnosticato “caso grave di autismo”, con tecniche comportamentali e cognitiviste, non ottenne nessun contenimento della sintomatologia aggressiva, antisociale e di ritiro autistico.

Ai 7 anni viene istituzionalizzato (anche se va a casa a dormire) perché ritenuto irrecuperabile e, in questo ambito, a 11 anni, inizia una terapia relazionale – l’ E.I.T.

Si mette in evidenza come sia assolutamente impossibile per Gianni contenere le scariche di aggressività determinate sempre dalla vicinanza di qualche persona a lui estranea.

Sputa, graffia, scalcia tutti gli inservienti che lo devono aiutare a lavarsi, vestirsi, pulirsi, cambiarsi, nutrirsi, accompagnarlo. Per tornare a casa lo devono legare sul pulmino; in classe (frequenta una classe elementare di una scuola speciale) si mantiene tranquillo solo se seduto tenendo le gambe infilate nel bracciolo di destra.

Nel setting terapeutico comincia in breve tempo ad adattarsi alle richieste:

§         scende e sale le scale, senza passo alternato, tenuto per le mani;

§         si oppone a camminare e a saltare, dimostrando di provare una grande paura;

§         basta solo dire facciamo o andiamo per vederlo buttarsi per terra;

§         cerca di graffiare tutti coloro che gli si avvicinano, tenendolo ben stretto si riesce a portarlo per i corridoi dell’istituto, ma bisogna stare molto attenti perché cerca di afferrare e di distruggere tutto.

 

Dopo due anni di terapia, accompagnato dal terapeuta:

-        scende e sale le scale da solo, con passo alternato, a volte dicendo “.. uno, due”;

-        attraversa l’istituto e saluta con un abbraccio e, spesso, con un bacio tutte le persone (inservienti ed educatori) che incontra;

-        ha raggiunto il controllo della minzione e quasi del tutto anche quella della defecazione (non usa più il pannolone);

-        lavora per un’ora intera nel setting terapeutico senza cercare di scappare;

-        lancia e riceve la palla e i cerchi in modo corretto e con la forza adeguata, potendo così rispettare il lavoro di gruppo.

Tutti questi enormi progressi si osservano solo se le attività vengono eseguite in presenza e con la vicinanza del terapeuta che riesce anche a portarlo in macchina senza che rompa tutto, mantenendosi assolutamente libero a fianco del suo Io-ausiliario che sta guidando. Ha cominciato anche a dire e gridare delle parole: “papa, mamma, Dani (la maestra), Adri, Meo” (Moira, sua sorella, l’ha sempre chiamata e invocata quando si sente in apprensione e/o in pericolo).

Considerando ulteriormente il caso, i temi che vogliamo discutere sono:

a)     perché con il terapeuta può lavorare e in sua assenza è ancora una specie di “belva selvaggia”;

b)     come si mettono in evidenza i cambiamenti che riguardano l’apprendimento di attività psico-motorie e di processi mentali.

 

In primo luogo sottolineiamo il modo di approccio che Gianni ha nei confronti del suo terapeuta:

-        dimostra di riconoscerlo, sorridendo e facendo smorfie;

-        si alza da solo e si libera della seggiola (è sempre infilato nel bracciolo), che poi ripone al posto giusto, senza essere neppure tenuto per un dito;

-        saluta i suoi compagni ed i suoi due insegnanti solo tenuto (per precauzione) per una spalla;

-        andando alla toilette, da solo abbassa i pantaloni, urina in piedi, si riveste, si lava e asciuga le mani;

-        cammina da solo, anche sulle scale e ci fermiamo a salutare con baci e abbracci tutte le persone che incontriamo per arrivare in palestra;

-        nel setting, saluta con bacio e abbraccio tutti i suoi compagni e gli altri terapeuti che stanno svolgendo la loro attività;

-        partecipa al lavoro di gruppo e/o individuale per la durata prestabilita di un’ora, ma la tenuta è anche superiore quando viene richiesta.

 

Consideriamo quest’ultimo aspetto:

-        per lavorare deve avere ancora vicino il suo terapeuta;

-        se questo viene sostituito con altro succede il finimondo: Gianni non accetta d’essere abbandonato dal suo Io-ausiliario. In questo caso tende anche a fargliela “pagare” sputandogli addosso (o facendo il gesto), tornando ad aggredirlo (cerca di strappargli la catenina dal collo), accentuando la sua opposizione;

-        con la vicinanza del suo-Io riesce anche a stare fermo davanti ad Al. (un altro terapeuta), che ha appena conosciuto, accarezzandolo, abbracciandolo e baciandolo con una tenerezza che commuove;

-        ormai guarda bene negli occhi e riesce a guardarsi nello specchio;

-        il terapeuta riesce a fargli fare tutti gli esercizi anche se, a volte, si tratta di farne uno nuovo (per es. salire su un piedestallo, una sedia, lo scivolo o sul tavolo);

-        con la sua vicinanza riesce non solo a lanciare correttamente la palla con le mani, ma anche a calciarla con precisione ed adeguatezza (ormai ha stabilito la sua predominanza mancina);

-        dice qualche parola, non più bisbigliata, ma gridata.

 

Rispettando il nostro modello ermeneutico che fa dell’incontro terapeutico una “lettura” di quanto il paziente vuole comunicare, possiamo sottolineare:

§         l’oggetto di studio non è il soggetto, ma il “sistema relazionale” che, sotto la spinta dei vissuti, continua a modificarsi;

§         la memorizzazione che Gianni struttura nei confronti del terapeuta che sempre riconosce e, soprattutto, ricorda in un certo ambito strutturato: al principio bisognava tenerlo per entrambe le mani; ora si alza da solo e segue il suo I.-a. per la sola sua presenza;

§         Gianni ha organizzato, a questo punto, un pensiero sia concreto che affettivo, mancandogli ancora la generalizzazione (riconoscimento per approssimazione) caratteristica del pensiero simbolico;

§         nell’ambito della relazione il pensiero concreto limita la produzione-creazione e la comprensione-lettura ad un modello conosciuto-concreto-sperimentato e, quindi, il soggetto entra in angoscia quando deve affrontare le novità, il differente non sperimentato;

§         nell’intervento terapeutico si comincia a notare la formazione di un desiderio (con l’arrivo del Io-ausiliario si alza per uscire; sputa quando lui si allontana troppo; dice “uno-due” quando sale le scale) che però è ancora legame, non ha raggiunto il livello di creazione che presuppone individualizzazione, separazione, senso di sé e di volere;

§         la struttura del desiderio non è ancora capace di legarlo al soggetto e, quindi, resta mediato dall’ Io-ausiliario, dal terapeuta, che non può essere sostituito (ecco perché non può lavorare con altri). Nell’ E.I.T. abbiamo sottolineato (in un altro lavoro) come il desiderio si trasformi in:

-      passione  = la prima scena;

-      creazione = la seconda scena

ma per Gianni la creazione è limitata a ripetere un gesto abituale e sottolineato dalla liberazione del linguaggio, anche se solo formata dall’esclamazione “uno – due”;

§         il pensiero concreto è vincolato alla questione del reale, ma questo, in Gianni, è ancorato al desiderio che, non potendo essere proprio, è ancora il “desiderio del terapeuta” espresso come:

a.     desiderio intimo e che appartiene all’analista al quale il soggetto si adegua come atto affettivo;

b.     desiderio di possedere l’analista che appunto permette al soggetto, immerso nella sua volontà fusionale, di fare quello che da solo non può;

§         la paura (prima era vero terrore) di fare qualcosa di nuovo è strettamente vincolata al senso di sé e all’autostima. Il modello terapeutico relazionale (E.I.T.) si fonda sulla comunicazione per la quale è fondamentale l’equilibrio dell’autostima che trova la sua verità su ciò che il soggetto si immagina di ricevere come risposta. La competenza narcisistica condiziona, quindi, ed è condizionata dalla relazione, ma specialmente da quella strettamente inter-soggettiva o interpersonale. È per questo che Gianni non può “fidarsi degli altri” dato che ha sperimentato la mano tesa del suo terapeuta e quindi “si fida”;

§         il problema dall’angoscia si lega alla “struttura soggettiva” (autocoscienza; autovalorizzazione) che, posta a livello del “pensiero concreto”, diventa “produzione soggettiva”. Questo ci spiega perché in Gianni (come in tutti gli altri autistici) il fare induca angoscia e come, solo attraverso la relazione, nell’inter-relazione con il proprio analista-Io-ausiliario, l’angoscia trovi una nuova ubicazione nella relazione tra soggetto ed oggetto, nella quale la responsabilità soggettiva sostituisce, anche in parte, la colpa nevrotica e/o psicotica.

 

Dobbiamo dare una spiegazione del perché quando è solo (cioè non è contenuto, trattenuto da entrambe le mani) e lontano dalla seggiola (dove si trova “incastrato” nel bracciolo) è spinto ad afferrare, a strappare e … non molla la presa se non con estrema fatica dell’operatore.

È chiaro che questo appropriarsi dell’oggetto è caratteristico di tutti i bambini che non hanno ancora sviluppato una auto-identificazione. In Gianni si evidenzia una mancanza di soggettivazione così che, se non si mantiene nel suo angolo e nella sua sedia, può strutturarsi (ed in maniera soggettiva) solamente attraverso un Io-ausiliario. Al di fuori di questo rapporto, si sente perduto, strappato dalla realtà … dai vissuti che sono concreti, così come lo sono anche le “sensazioni”.

Proprio per questo cerca solo blocchi ed inibizioni (che costituiscono la sua costituzione soggettiva), rinunciando alle funzioni stimolanti, facilitanti e creatrici.

 

Ci troviamo anche di fronte ad una mancanza di coscienza degli oggetti e dell’oggetto Sé (autocoscienza), per cui manca di un “proprio corpo-immaginario” così, quando è solo, deve ricorrere ad un oggetto (rubato o carpito = possono anche essere i capelli di qualche compagno o gli occhiali dell’insegnante) che gli dà la possibilità di strutturare un “pensiero concreto”, fusionale con la realtà, che non può rischiare di perdere perché sarebbe per lui come sparire.

Questo meccanismo arcaico è l’unico che Gianni può mettere in evidenza come crescita dello statuto di uno spazio immaginario ed equivale ad un primordiale processo di riconoscimento di Sé che parte, invariabilmente, dall’Altro (depositario dell’oggetto aggredito e/o rubato).

La vicinanza del terapeuta permette di attenuare l’angoscia di perdere l’oggetto primordiale (il seno), ma questa simbiosi lo porta a costituirsi soggettivamente

come “Altro di se-stesso”. È questo il momento in cui Gianni accetta che il suo terapeuta si distacchi da lui per creare la nozione di diverso e per poter da solo gettare la palla ad un compagno e i cerchi ad un altro terapeuta: gesti che cominciano a creare una nuova identificazione che è, finalmente, soggettivazione (se l’analista non diventa “estraneo”, il processo terapeutico si ferma).

 

Freud ha messo in evidenza come, nel periodo di maturazione, la percezione di un pericolo straordinario e incontrollabile sia strettamente associato alla propria relazione con l’Altro che si trasforma in rappresentazione mentale delle relazioni oggettuali.

Da qui si può dire che l’angoscia è determinata da uno stato di impotenza psichica riconosciuta nella condizione di separazione. Se analizziamo il comportamento di Gianni, possiamo delineare perfettamente due situazioni motivazionali istintive:

§         senso di onnipotenza che lo porta a viversi come sovrano e padrone del proprio territorio (la sedia per Gianni, la stuoia per molti autistici) dal quale nessuno lo può togliere e in cui si sente di “potere”;

§         impossibilità di sentire separati gli oggetti; da questo deriva un bisogno simbiotico con l’Altro, pena l’intromissione di una perdita che equivale sempre a morire o, ancor peggio, a sparire, svanire nel nulla.

 

Queste funzioni psichiche primitive conferiscono una certa consapevolezza soggettiva che funge da autoconsolazione nell’ambito di esperienze pre-rappresentazionali. I comportamenti aggressivi e violatori, sottesi al senso di onnipotenza, si aggiungono a quelli di rifiuto dell’abbandono (ricordiamo l’impossibilità di accettare che il terapeuta si allontani) che appare come caratteristica dell’autismo, come una specie di volontà a imporre il proprio stile, le proprie decisioni.

Tale atteggiamento non va considerato come una vera e propria capacità mentale di volere, ma come impulso incontenibile (quindi poco meditato, acritico e inappropriato) che porta ad afferrare, a trattenere anche se gli educatori e/o il terapeuta cercano di dissuaderlo e/o di impedirglielo (Gianni non sente neppure il dolore quando ha afferrato gli occhiali dell’operatore e questi glieli tiglie con qualsiasi mezzo).

In questo breve spazio di tempo che intercorre tra l’aggressione e la restaurazione dell’equilibrio si giocano le possibilità di strutturare quegli elementi che, delimitando, fanno partecipi di una “legge”, includono nelle dinamiche del “Nome del Padre” o, se vogliamo, nell’immaginaria appartenenza ad una famiglia per cognome e per nome.

In un precedente lavoro (L’angoscia: Fumagalli, Lucioni. Romano) abbiamo messo in evidenza come l’instaurarsi di processi affettivi riesca a bloccare le scariche emotive (che sfociano in una scarica motoria), della rabbia e della frustrazione;  proprio per questo solo attraverso un intervento terapeutico fondato sulla relazione, sullo scambio affettivo, sul riconoscimento e sulla valorizzazione del Sé, si può procedere al ripristino ed alla ristrutturazione delle funzioni adattive dell’ Io.

I vissuti affettivi della relazione permettono di strutturare la funzione riabilitativa della terapia, di riportare l’autistico a strutturare quelle possibilità dinamiche che facilitano l’interazione con la realtà esterna e non esserne, al contrario, travolti e schiacciati a causa di una reattività istintiva.

Sperimentare vissuti capaci di immettere nell’ambito della “legge” è forse il compito principale della terapia e del rapporto tra soggetto ed analista proprio perché, nel distacco, questo tipo di relazione apre e crea un luogo che permette di annullare la simbiosi, castrare l’onnipotenza primitiva, sterilizzare la distruttività istintiva, creare ponti relazionali sui quali transitano i vissuti valorativi ed, in ultima analisi, il vero senso della convivenza, dell’altruismo, della riconoscenza, della reciprocità e dell’amore.

La relazione permette di raggiungere un equilibrio omeostatico nell’ambito del quale i vissuti affettivi sono tollerabili e diventano capaci di attivare dinamicamente l’ Io invece di sommergerlo e disorganizzarlo.

Nel segnale e nel vissuto affettivo il bambino trova la possibilità di vivere quelle relazioni preoggettuali che permetteranno la formazione di rappresentazioni mentali accettabili, memorizzabili ed utilizzabili per continuare a costruire le basi fondanti del Senso di Sé, dell’autostima, dell’autosoddisfazione e di una personalità integrata ed integrante.

Il processo terapeutico che si deve basare sulla prassi e, per questo, su teoremi, non può limitarsi a riconoscere i risultati ottenuti, ma deve permettere di stilare programmi adattabili alle situazioni che cambiano ed, anche, una prognosi.

Nel caso di Gianni, dopo due anni di lavoro terapeutico pesante, difficile, a volte frustrante, ma sempre esaltante, possiamo oggi dire che si prospettano ulteriori ampi miglioramenti, nuove prospettive che ci fanno anche vivere il dispiacere per i tanti anni che non sono stati utilizzati per una terapia relazionale.

 



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