PET-THERAPY E IPPOTERAPIA

 

Romeo Lucioni

 

La tendenza dell’uomo a utilizzare gli animali come aiuto per le sue attività di produzione, di conquista, per migliorare la qualità della vita, per trasportare, per andare a conoscere, ecc. sembra quasi giustificare l’atteggiamento di supremazia dell’uomo pensante al quale l’animale si assoggetta passivamente.

In realtà, però, non è proprio così e giustamente Liliana Pienotta parla di un gene zoo-antropologico che giustifica una naturale attrazione dell’uomo verso gli animali che potrebbe avere anche un suo reciproco capace di giustificare la simpatia dell’animale verso l’uomo.

È nata la zoo-antropologia, scienza che propone come oggetto d’indagine l’intimo legame e le profonde interazioni tra uomo e animali, domestici o no, e, in modo particolare, il cavallo.

 

Molti filmati mostrano delfini, cani, volatili, scimmie, pesci, ecc. ecc. che si avvicinano con curiosità e che stabiliscono veri contatti di collaborazione, ricordando scene di collaborazione tra animali di specie diversa.

Questo modello istintivo di rapporto reciproco e bi-univoco, si evidenzia anche nell’ippoterapia dove il cavallo molte volte dimostra di capire le difficoltà del cavaliere che porta in groppa e con lui condivide emozioni e sentimenti anche profondi, sempre intensi, ricchi e positivi.

Nel rapporto con l’animale si struttura un para-linguaggio, se non proprio un linguaggio, che permette una comprensione ed un legame che unisce fini e scopi, determinando un funzionamento a due.

Proprio per queste osservazioni si parla di pet-therapy anche in riferimento all’ippoterapia; termine che fa riferimento all’animale preferito oltre al piacevole contatto corporeo, a sensazioni di benessere e di felice trasporto, a stimolazioni curative e, finalmente, ad aspettative e speranze riposte in una attività da cui stanno sorgendo incoraggianti risultati.

 

Risulta interessante vedere come l’applicazione pratica del cavallo nell’ambito terapeutico-riabilitativo abbia preceduto di secoli lo studio delle inter-relazioni e questo, molto utile nella dimensione istintivo-utilitaristica, ha portato però a convalidare impressioni e/o intenzioni che non hanno un substrato di validità o un accertamento scientifico.

Tale atteggiamento ha portato l’ippoterapia nella sfera della pet-therapy: la denominazione anglosassone che fa riferimento agli animali domestici nel ruolo di terapeuti e/o di co-terapeuti. Il termine pet significa anche accarezzare, viziare, coccolare e, in altre parole, promuove il contatto fisico, il piacere, il rilassamento, il senso di benessere, la serenità sino all’addormentamento.

 

Prendendo lo spunto dalle considerazioni di farmacodinamica o farmacodinamìa (mira a stabilire il meccanismo d’azione di una particolare sostanza con funzione curativa) si è cercato di spiegare il perché della possibile efficacia della pet-therapy e, principalmente, sono stati valorizzati i meccanismi emozionali e/o della sfera emotivo-istintiva. Le risposte emotive, piuttosto che i moti dell’anima (sentimenti), inducono modificazioni neuro-endocrine proprio perché hanno il loro crocevia biologico nel sistema limbico e, in special modo, nell’ipotalamo con i suoi legami con l’ippocampo e l’amigdala. Si parla, quindi, di meccanismi neuro-biologici e/o psico-biologici; il contatto fisico con gli animali innesta una serie di reazioni che, attraverso neurotrasmettitori specifici, rallentano le funzioni del sistema colinergico (Antonio Pugliese), parte del cosiddetto sistema autonomo, la cui azione è mediata dall’acetilcolina.

Il sistema limbico partecipa (Deslauniers e Carlson; B. Furneaux e B. Roberts, 1982), insieme alla sostanza reticolare del mesencefalo, alla regolazione delle sensazioni interne sostenute da una autostimolazione. Un elevato livello di attivazione di queste strutture porta però a saturazione, favorendo così la disconnessione e ,pertanto, alla siderazione affettiva.

 

Questo modello di intervento, a struttura riabilitativa, è spesso criticato e visto anche come iatrogeno poiché stimola aspetti regressivi della personalità. Tali caratteristiche si rifanno all’accarezzamento, al contatto fisico, a tutti quegli elementi che stimolerebbero un immaginario legato ai primi momenti della vita se non, addirittura, alla percezione di un seno buono.

Un altro aspetto della regressione è la dipendenza e/o la simbiosi che vengono rievocate appunto dal cullamento.

Queste critiche necessitano però di qualche chiarimento proprio perché toccano una problematica complessa che non può essere solamente stigmatizzata.

 

1)     Se ci troviamo a dover trattare soggetti con gravi deficit neuro-muscolari o neuro-psichici, nella maggioranza dei casi i limiti sono tanto seri che non permettono una risposta o una scelta autonoma e positiva. Spessissimo si evidenziano anche atteggiamenti rinunciatari, di esaurimento delle capacità e della volontà a reagire. In questi casi un intervento che stimoli il piacere, il godimento anche fisico per il contatto, per la vicinanza quasi intima diventa una “necessità”, una “… obbligatorietà per la vita”.

2)     Quante volte una carezza genera un sorriso; quante volte il senso della vita di un qualsiasi umano (ma vale anche per gli animali) nasce dal “… sono stato/a felice accanto a te!”. È proprio questo momento “magico” che illumina, che crea piacere, ma anche speranza, fantasie, illusioni, sogni; che funge da linfa vitale, da catalizzatore di processi fisici, neuromuscolari, psichici, affettivi, intellettivi e sociali: il vero senso della pet-therapy.

3)     Naturalmente, come in tutte le cose, ci sono aspetti negativi, ma sarà compito della terapista o del terapeuta bloccarli e/o convogliarli verso espressioni positive.

4)     Possiamo anche ricordare che l’aspetto regressivo del piacere è soprattutto quello che riguarda le valenze egocentrico-onnipotenti che, insieme alle espressioni auto-erotiche e masturbatorie, devono essere contenute ed anche bloccate o eliminate non perché “inducono piacere”, ma perché precludono del tutto le dinamiche della crescita, dello sviluppo affettivo ed anche intellettivo.

5)     Spesso sono queste scelte negative, che rispondono solo a processi libidico-istintivi, che devono essere affrontate con decisione dai terapisti per evitare che la terapia non conduca ai risultati sperati e non si riduca a semplice “andare a cavallo” che può essere attuato in qualsiasi centro equestre non specializzato e non terapeutico.

6)     Aaron Antonovsky, terapeuta psicosomatico israeliano, ha elaborato il concetto di “salutogenesi” per proporre metodiche capaci di rafforzare lo stato di salute, ma, soprattutto, per incrementare nel paziente la percezione di uno stato di benessere.

Da più parti ormai (Anna Murdaca; Antonio Pugliese; Carmelo Staropoli; Matteo Allone; Romeo Lucioni; Elisabetta Crippa; Riccardo Grassi) si pone l’accento sulla necessità di una precisa valutazione dei risultati ottenuti con l’approccio metodologico basato sull’uso del cavallo perché si possa parlare di oggettività scientifica dei dati riportati, nel rispetto della professionalità degli operatori, ma soprattutto dei pazienti, dei genitori e parenti e anche delle Istituzioni che sempre più devono spingere la ricerca e l’impegno verso la qualità.

Non possiamo e non dobbiamo rinunciare a dare ad ognuno dei pazienti che si avvicinano fiducioso all’ippoterapia la possibilità di utilizzare al massimo le proprie risorse fisiche e psichiche perché sempre più fortemente diventa imperativo riconoscere:

 



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