PET THERAPY E IPPOTERAPIA

 

Romeo Lucioni – Alessandra Cova

 

L’uso dell’animale domestico per ricevere un beneficio e/o un piacere personale occupa sicuramente la vita dell’uomo sin dai primordi, anche forse perché è facilitato dall’atteggiamento naturale di alcuni di essi che sono particolarmente curiosi oltre che socievoli.

Risulta tuttavia importante sottolineare che la relazione tra uomo ed animale si va continuamente modificando in rapporto con l’abitudine a vivere insieme.

Le nuove leggi su questo argomento hanno effettivamente portato ad un maggior rispetto dei diritti degli animali e questo sta a dimostrare il sempre più alto riconoscimento che viene loro dato per quanto fanno per migliorare la qualità della vita.

È sorprendente vedere come a volte l’animale si abitui tanto alle modalità ed alle abitudini dell’uomo che sembra “… gli manca solo la parola”, ma questo fenomeno non è stato ancora molto studiato.

Per capire meglio la questione, dobbiamo rifarci alla plasticità cerebrale che, nell’uomo, porta alla formazione di aree corticali specializzate non presenti al momento della nascita:

-        aree di Vernice e di Broca, deputate al linguaggio;

-        aree prefrontali (frontalizzazione) che intervengono nello sviluppo delle abitudini affettivo-valorative.

Questi cambiamenti strutturali avvengono per la spinta modellatrice dell’esperienza e, quindi, per i vissuti impliciti nella relazione.

Il rapporto interpersonale e/o intersoggettivo è capace di modificare l’organizzazione funzionale del cervello e questo fattore, riconoscibile comune a tutti gli esseri viventi, incide nello strutturare quella che possiamo chiamare organizzazione psichica anche nell’animale domestico o, comunque, che vive in stretta relazione con l’uomo.

Possiamo con certezza riconoscere che la struttura bio-fisica dell’animale immerso in una relazione umanizzata, verrà modificata da:

-     l’immissione di ormoni di ogni tipo, attivata dagli stimoli sensoriali, propriocettivi ed enterocettivi;

-     l’attività dei neuro-trasmettitori;

-     l’elaborazione immaginaria che avviene durante il sonno-Rem e che è in relazione con le esperienze diurne (vedi osservazioni di Dement sul suo cane);

-     una organizzazione psico-mentale che si struttura su:

1.    risposte emotive;

2.    relazioni affettive che sicuramente si attivano sull’importanza dell’uomo che sempre risolve i problemi della sussistenza e dimostra sicurezza anche nel dare ordini e sulle sue capacità di dare stimoli di rinforzo, di esprimere soddisfazione, allegria e felicità;

3.    elaborazioni cognitive che si basano sulla memoria, su modelli concreti ed affettivi di pensiero ed elaborazioni deduttive.

L’organizzazione della relazione induce sicuramente dei cambiamenti nelle capacità funzionali superiori, relative all’area emotivo-affettiva ed anche cognitivo-interpretativa.

 

Possiamo dire che la vicinanza dell’uomo ed il rapporto con lui determinano nell’animale profondi cambiamenti neuro-fisiologici e, quindi, comportamentali tanto che si potrebbe parlare di umanizzazione.

Si tratta del cosiddetto parallelismo antropomorfico che occupa gli studi di veterinari, psichiatri e psicologi che mirano a dirimere le concomitanze emotive, affettive e cognitive di una relazione complessa, caratterizzato da continui ed imprevedibili adattamenti.

Questi meccanismi non sono molto diversi da quanto succede nella terapia con bambini autistici che passano progressivamente dall’isolamento, l’opposizione ed il rifiuto a comportamenti più partecipativi, più solidali e/o decisamente improntati alla socializzazione.

Tutte queste osservazioni, nel trascorrere dei tempi, si sono verificate anche nell’uso del cavallo (si ricordi che gli indios sudamericani, per rendere più profondo e quasi simbiotico il legame con i cavalli, dormivano con loro e li stimolavano anche sessualmente), portando a strutturare modalità di intervento terapeutico-riabilitativo sempre più organico e modulato scientificamente.

Questo si è ottenuto da un lato studiando il cavaliere (il bambino portatore di disabilità o di difficoltà), dall’altro il cavallo, attraverso le modalità della equitazione naturale ideata da Federico Caprilli e del metodo PNH (Parelli Natural Horse-Man-Ship).

Non bisogna dimenticare che l’ippoterapia (come ogni applicazione di Pet Therapy) richiede di animali docili, affidabili, emotivamente stabili, adatti a sopportare gli atteggiamenti non sempre adeguati di cavalieri spesso problematici e difficili.

Attraverso il contatto con un cavallo bene addestrato, sottoposto ad una alimentazione controllata nell’aspetto energetico e grazie all’occhio vigile ed esperto del terapista si possono ottenere risultati che vanno oltre il recupero funzionale ( motricità, equilibrio, forza muscolare, coordinazione grossa e fine). Il bambino, nell’ippoterapia, vive la sensazione di poter comunicare con il cavallo e con la sua terapista (comunicazione verbale e non verbale), ma, quello che più conta, uno spiccato senso di sé e senso di potere.

Questi sentimenti, che si fondano sull’autosoddisfazione, sono prerequisiti per avanzare nella terapia che mira a:

-        contenere le risposte emotive spurie e incontrollate (emotività libera e/o crisi di angoscia e di panico);

-        sviluppare quella particolare capacità psico-mentale che consiste nel decifrare le attese dell’altro (“teoria della mente” di Frith) che non si sviluppa se prima non si sono raggiunte le funzioni affettive basate su: valorizzazione, reciprocità, altruismo, senso di appartenenza;

-        organizzare le funzioni cognitivo-intellettive che si basano sulla memoria (procedurale e rievocativa), le deduzioni, la possibilità di elaborare i contenuti percettivi verso un pensiero, non più concreto ed affettivo, ma razionale e simbolico.

 

CONCLUSIONI

 

Lo studio teorico ed applicativo dell’ippoterapia, nell’ambito più generale della pet therapy, ha portato a strutturare un intervento che risulta significativamente terapeutico e riabilitativo.

Il cavallo è sicuramente uno dei migliori amici dell'uomo e lo ha accompagnato per secoli nelle sue battaglie, nelle sue conquiste ed epopee, non in forma passiva, ma con coraggio, caparbietà, costanza, sicurezza,  mansuetudine,  sensibilità, tolleranza, semplicità, umiltà ed, inoltre, una spiccata intelligenza.

Queste doti sono sufficienti per giustificarne la qualifica di valido co-terapeuta, anche perché:

·        comunica una certa “affinità” e dimostra una capacità di approccio diversa a seconda delle persone che lo cavalcano e, soprattutto, se si tratta di un bambino o un disabile;

·        “sente” le necessità dei pazienti e le loro limitazioni che accetta con tranquillità e con una spiccata sensibilità;

·        rispetta il bambino che gli sta in groppa ed evita, quasi con "intelligenza", situazioni pericolose, anche se questo può fargli subire delle conseguenze;

·        è tollerante, pur dimostrando il proprio stato d'animo, le sue opposizioni ed i suoi rifiuti;

·        dimostra curiosità ed attenzione e così provoca le stesse risposte anche nei cavalieri;

·        è ricco di energia, di sicurezza, di capacità di prestazioni delicate o intense o variabili secondo il bisogno.

 

Proprio per questo l’uso del cavallo si è dimostrato sempre più consono e ricco di aspettative, ma la necessità di affrontare la disabilità con buone prospettive di recupero ha portato l’ippoterapia contare su operatori preparati, esperti e capaci di utilizzare l’osservazione per stabilire le necessità e, soprattutto, per monitorare correttamente i risultati e le necessarie e continue modificazioni dell’intervento.

In questo lavoro diventano anche importanti i genitori (soprattutto la madre) che rappresentano il punto terzo della terapia, esercitando un potere di consegna, di Nome del Padre, di stimolo che viene introiettato dal bambino come libertà a crescere, senso di indipendenza, possibilità di esercitare le proprie tendenze e soddisfazioni.

Questa impostazione si fonda su propensioni scientifiche che utilizzano le concettualizzazione della psicologia scientifica, della psico-dinamica, della metapsicologia evolutiva, della paido-psichiatria ed anche di un studio profondo della psicologia del cavallo.

Le recenti scoperte dell’etologia sulla comunicazione con gli equini ha risposto all’esigenza di metodi che creino un vero rapporto di collaborazione tra uomo e cavallo e i risultati ottenuti con vari tipi di animali (puledri domati, cavalli viziati, ecc.) sono stati sempre ottimi dal momento che gli animali ben addestrati portano anche gli operatori-ippoterapisti ad essere più soddisfatti del loro lavoro oltre che più motivati a produrre nuove esperienze, a intraprendere il cammino della creatività e della crescita professionale.

L’applicazione di metodi scientifici ha portato l’ippoterapia a potersi offrire come mezzo appropriato da utilizzare in programmi globali e multidisciplinari che sono il modello del nuovo e del cambiamento, per affrontare le disabilità psico-fisiche ed i quadri legati a disordini dello sviluppo psico-mentale del bambino.





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