IPPOTERAPIA:
prospettive
di cambiamento e di recupero.
Romeo Lucioni – Alessandra
Cova
§
per
affrontare problematiche e disabilità neuro-psichiche per le quali la psicoterapia assistita con cavallo deve essere considerata un
valido intervento riabilitativo ed educativo.
In questi disordini, l’attività
terapeutica è supportata dalle caratteristiche fisiche e caratteriali di questo
straordinario amico dell'uomo.
1. Le
sue dimensioni fisiche e la sua bellezza lo fanno centro di ammirazione, tanto
che la sua presenza suscita ammirazione e stupore.
2. La
sua sicurezza emotiva stimola l'immaginazione infantile che ne ha fatto
l'esempio dell'invincibile, dell'inesauribile e dell' eroe sereno e tranquillo
che sempre raggiunge la sua meta.
3. Ai
movimenti precisi ed alla naturale disponibilità si mescola anche un “che” di
selvaggio e di istintivo, che impone rispetto ed una qual riverenza, anche
quando lo ammorbidisce la castrazione.
4. La
prestanza e la docilità permettono di sfruttare cambi improvvisi di velocità
nell'andatura, sebbene la stimolazione dei piccoli disabili sia incerta.
5. La
mansuetudine, che sembra quasi accentuata per istinto dall'incontro con un
bambino e con un disabile, permette di usarlo con tranquillità e fiducia, anche
quando il piccolo che lo cavalca è irrequieto, nervoso o aggressivo.
6. Le
sue risposte agli stimoli troppo intensi sono sempre controllate, ferme e risolute, così il piccolo cavaliere
deve abituarsi a rispettarlo e a considerare le sue esigenze.
L’ippoterapia, tenendo conto
delle tematiche fondanti della Timologia, è stata strutturata come E.I.T.- ippoterapica nella quale il
rapporto cavaliere-cavallo porta a considerare caratteristiche del tutto particolari
per valore simbolico perché servono a leggere meglio cosa succede in questa
particolare relazione terapeutica.
Dal greco "hippos", cavallo, l'ippoterapia
indica un modello curativo che utilizza il movimento multidimensionale
dell'animale e le risposte di adattamento dei pazienti che, in questo modo,
ricevono benefici sia fisici, che emotivo-affettivi.
Già Hipocrates (460 a.C.) parlava
del "benefico ritmo del cavallo";
nel 1600 era ben conosciuto il suo uso per migliorare lo stato psico-fisico, ma
è in epoca moderna, grazie ad osservazioni più scientifiche, che l'ippoterapia
è entrata con diritto nella sfera delle applicazioni terapeutiche.
L' equitazione terapeutica influisce sulla totalità della persona e
l'effetto può risultare veramente benefico.
La postura del cavallo, il suo
passo, le conseguenti spinte nelle quattro direzioni, il suo movimento ondulatorio, variabile, ritmico e ripetitivo
portano a migliorare la tonicità muscolare di tutto il corpo e, soprattutto, di
quella dorsale e del collo.
Ne consegue un miglioramento
dell'equilibrio, del mantenimento della stazione eretta del tronco e del capo,
della motilità e della motricità; inoltre, molti altri effetti positivi possono essere ottenuti, se
l'intervento viene programmato, graduato ed eseguito da specialisti.
La pianificazione motoria e
l'integrazione sensoriale si accompagnano al riorganizzazione psico-fisica
della persona nelle sue componenti: fisiologica, psicologica e cognitiva.
Fisica: concerne il recupero motorio e dell’equilibrio statico e
dinamico, ma anche la riorganizzazione dei sistemi sensitivo, sensoriale,
percettivo e rappresentativo.
Emotiva: comporta una quantità di risposte emotivo-istintive
determinate dall'incontro con un animale di grande stazza e ben rappresentato
nella dimensione mitica e fantastica dell'uomo che si arricchisce di umiltà e
di sorpresa.
Affettiva: riguarda il sistema
dei valori nel rapporto con sé e con gli altri; comprende una dimensione
etica riferita all'amore, al rispetto e alla comprensione dell'altro, ma anche
delle regole, delle norme, della puntualità e dell'impegno da dimostrare
durante il lavoro terapeutico.
Psichica: intesa come risposta globale che si evidenzia come
particolare e positivo stato mentale, nel quale si organizzano il sistema rappresentazionale,
quello immaginario ed anche i meccanismo del pensiero (concreto, affettivo e
simbolico) e della coscienza.
Cognitiva: include l'organizzazione delle relazioni
temporo-spaziali, della memoria, della comprensione, della deduzione, della coordinazione
oculo-manuale, del problem solving, del linguaggio, dell’espressività, della
memoria e della volontà. Ricordiamo che Piaget ha dimostrato l’importanza di un
adeguato comportamento senso-motorio nella costruzione di un modello di
rappresentazione del reale, di adattamento ad esso e, quindi, di strutturazione
dei fondamenti di una personalità integrata.
Queste osservazioni hanno
permesso di strutturare l'ippoterapia un intervento olistico sulla persona che
ne beneficia in modo integrale e profondo, anche perché, nei suoi aspetti
specificamente di pet-therapy, stimola la partecipazione di processi
psico-biologici legati ai neurotrasmettitori ed agli ormoni.
I terapisti
Quanto evidenziato sottolinea
come sia importante il lavoro dei terapisti che devono:
-
utilizzare ogni momento della terapia per procedere ad
una accurata analisi delle situazioni e all’adattamento costante degli
interventi per raggiungere gli obiettivi;
-
osservare le dinamiche del cavallo e quelle del
cavaliere;
-
considerare la situazione operativa offerta dal setting
(tipo di terreno, intensità di illuminazione, qualità degli stimoli accessori
musica, partecipazione degli ausiliari, ecc.);
-
predisporre la qualità e la durata di ogni intervento;
-
leggere le modificazioni emotivo-affettive del bambino
e considerare le risposte del cavallo,
-
scegliere l’animale adeguato per la situazione
personale di ogni singolo paziente;
-
determinare in ogni momento il tipo di applicazione
pratica (velocità, intensità, complessità degli esercizi) in rapporto agli
obiettivi, alle possibilità reali della coppia cavaliere-cavallo, al livello
attentivo e di impegno dimostrati dal bambino;
-
decidere se è necessario salire in groppa al cavallo
insieme al piccolo paziente (anche prenderlo in braccio, se necessario, quando
si tratta di bambini molto piccoli);
-
far vivere ogni sessione terapeutica con un
atteggiamento sereno, disteso, impegnato, caratterizzato da stimoli seducenti,
distensivi e piacevoli, però sempre finalizzati al risultato terapeutico.
Gli
specialisti dell’ippoterapia possiedono una preparazione professionale
complessa poiché devo assolvere compiti delicati:
·
elargire cure e, di conseguenza, sapere quali e come
sono gli interventi che, attraverso il cavallo, possono essere applicati per
risolvere problemi di postura, di equilibrio, di deficit motori, di limitazioni
osteo-articolari;
·
capire i bisogni, le ansie ed i
desideri (attraverso
una sottile osservazione degli atteggiamenti) per poter raggiungere gli
obiettivi, utilizzando gli stimoli istintivi alla crescita ed allo sviluppo
psico-affettivo;
·
creare un setting piacevole, in costante equilibrio tra il
ludico-ricreativo ed il terapeutico-riabilitativo;
·
essere un riferimento pedagogico perché l’allievo acquisisca
comportamenti sempre più adeguati e corretti, tanto da potersi sentire
“felicemente” inserito, non per spinte libidico-istintive (infantili), ma per
cognizione deduttiva;
·
preparare i cavalli ad un lavoro delicato, preciso e
continuo, sapendo usare le miscele alimentari più idonee e facendo “sgroppare”
i focosi destrieri per condurli ad un livello esatto di capacità operativa;
·
assumere il ruolo di istruttore di
equitazione per
ottenere una corretta postura in groppa al cavallo, le esatte manovre di
disimpegno temporo-spaziale, la massima integrazione tra cavaliere e destriero.
È importante sottolineare che l'ippoterapia non deve essere intesa solo
come svago, ma rispondere alla sua vera finalità: offrire ai piccoli pazienti
una terapia ed un intervento riabilitativo.
Il setting della riabilitazione equestre
L’ambiente del maneggio è, per sua natura, qualcosa di
nuovo: un ambiente dinamico, fresco, vivo, popolato da animali che si muovono e
che respirano. Un ambiente abitato da persone che aspettano il bambino
per andare a cavallo con lui. È di sicuro un posto che si differenzia molto dal
classico luogo di cura in cui i genitori possono averlo accompagnato in
altre occasioni. Qui il soggetto ha l’opportunità di scoprirsi come nodo
di una trama aperta al divenire e alla crescita. Non è difficile osservare come
anche il bambino più rigido, più chiuso (e stiamo parlando di autismo) abituato
ad organizzare il suo mondo secondo modalità schematizzate e rassicuranti, sia
in un certo modo costretto ad agire e, attraverso questo, a cambiare.
È spesso materialmente impossibile rimanere a cavallo
in modo completamente passivo, senza mai dover intervenire in prima persona in
quello che succede. Per fare un esempio si può raccontare di un bimbo,
autistico, che quando entra in maneggio ti prende per mano (sempre la stessa),
accarezza il cavallo (sempre nello spesso punto), poi sale in sella (sempre
nello stesso modo), e, quando il cavallo comincia a camminare, si afferra alla
maniglia e sorride. Ma un giorno il suo terapista gli ha tolto la sella: ha
prodotto un cambiamento importante, che gli ha impedito di comportarsi nel modo
a lui consueto. Seduto sulla nuda groppa del cavallo, quando quest’ultimo si è
messo in movimento, è stato costretto a mobilitarsi, a trovare una soluzione
alternativa per tenersi e non cadere. L’istinto di conservazione l’ ha spinto
ad afferrare la criniera, a cambiare la sua posizione e ad abbracciare il collo
del cavallo, e dopo…si è rimesso a sorridere. Il sorriso di questo bambino ci
dice che l’aver compiuto un’azione adeguata gli ha procurato gioia, l’aver
sperimentato se stesso in una dimensione nuova e non aver fallito, lo ha
gratificato e, quindi, ha prodotto in lui un cambiamento. La spinta alla vita è
la linfa vitale che scorre dentro ad ogni individuo, alcune volte terrorizza e
viene accantonata, cristallizzata, per paura degli effetti che può scatenare,
ma rimane comunque la forza più grande che il soggetto possieda. E il terapista
è consapevole di tutto questo in ogni momento. Egli può fare ciò che ha fatto
solo dopo aver costruito lo strumento essenziale della terapia: non il
cavallo ma la relazione che, grazie al cavallo, s’instaura tra il
bambino e il terapeuta. Non si può credere di poter ottenere un qualsiasi
effetto benefico se non si è riusciti ad entrare in relazione: se operato al di
fuori di essa, un cambiamento, come quello di portare il bambino a pelo,
risulterebbe solamente e terribilmente traumatico, e non di certo capace di
stimolare la crescita.
Ippoterapia come psicoterapia di gruppo
Il senso dell’ippoterapia come pratica che, con i suoi
fondamenti scientifici, può inserirsi in un programma terapeutico-riabilitativo
(S.A.S.) emerge visibilmente quando il soggetto viene portato a lavorare in un gruppo.
Pur essendo l’ambiente e le attività apparentemente le stesse, a questo punto
del percorso riabilitativo la realtà che il soggetto si trova ad affrontare
cambia considerevolmente. Sempre affiancato e sostenuto dal suo terapista, il
ragazzo si trova a dover sperimentare le capacità acquisite, verificandone
l’efficacia attraverso il confronto con i compagni. Gli altri non sono
più delle entità astratte, ma delle persone, che dividono con lui un
particolare frangente di vita e di cui non è più possibile non tener conto. È
necessario tenere le distanze, per non far del male a se stessi o ai cavalli
(cosa di cui sembrano tener ancor maggior conto), occorre rispettare le
esigenze di ognuno portando pazienza e rispetto. Viene spesso richiesto di
proporre iniziative e di ascoltare quelle degli altri, mentre le regole di
comportamento già acquisite (non gridare, rispettare le precedenze, chiedere
permesso) acquistano un valore ancora maggiore.
Il gruppo, quindi, non è solo un terreno di collaudo,
ma una vera pista di decollo, un’esperienza nuova che apre la strada
all’acquisizione di competenze diverse, sociali, relazionali. In tutto questo
il ragazzo non è mai solo: il terapista lo accompagna in questo nuovo cammino
mediando i significati, attutendo le ansie, rinforzando i successi.
Luogo dove accadono cose
A volte ci ritroviamo a pensare all’ippoterapia come
ad un posto dove le cose accadono e assumono il valore di un
cambiamento per la vita e a farle accadere è il continuo essere in relazione di
due persone che si mettono in gioco completamente, o di queste due persone con
un cavallo.
La dinamica con cui i mutamenti a volte si realizzano
ha la lentezza congelante e sotterranea di un ghiacciaio: sembra immobile come
la montagna stessa, mentre invece si muove senza fretta, tanto che a volte si
fatica a mantenere il passo, e la fiducia. Si arriva a compiere e ripetere gli
stessi gesti tante volte che sembrano infinite, rimbalzando contro robusti muri
di opposizione, sperando di non crollare (e che non crollino nemmeno le persone
che ti affidano il loro bambino). E poi un gesto, una parola (tanto attesa),
una lacrima (piccola), uno sguardo (che ti guarda davvero), dice che finalmente
qualcosa è cambiato, e che questo cambiamento ha aperto una strada, lunga e
lenta ma in cui è difficile ritornare indietro.
La pratica terapeutico-riabilitativa, per seguire e trarre fondamento da basi scientifiche, deve essere supportata da una precisa valutazione non dei sintomi, ma dei meccanismi emotivo-affettivi che li supportano e/o li generano. La riabilitazione equestre mira a imporre il bambino come soggetto che si responsabilizza per potersi adattare alla realtà e alle richieste. In questo, per esempio, è straordinaria la pratica ippoterapica perché in essa la mediazione offerta dal cavallo impone regole inevitabili e modalità precise alle quali il cavaliere non può sfuggire, sotto pena di essere disarcionato o di dover affrontare situazioni pericolose. Nella pratica si stabilisce un linguaggio ed una necessità di comprensione che si strutturano come processo psico-educativo e di addestramento a dover accettare le regole, non perché imposte da un Super-Io perverso, ma perché fanno parte di un “con-tratto” nel quale il soggetto è figura chiave e determinante.
Il cavallo deve essere accettato, non può essere imposto e, proprio per questo, genera immagini gestaltiche, spinte di responsabilità e capacità di scelta che, attraverso il corpo, generano indipendenza, soggettività e autosoddisfazione.
L'ippoterapia non è un puro e
semplice andare a cavallo, ma una vera terapia.
Infatti:
-
si utilizza il setting terapeutico, rappresentato dal
maneggio, per mantenere un certo grado di ritualizzazione
che viene accentuata, strutturalmente, per dare un senso preciso
all'accoglimento, all'incontro e alla "consegna" della madre alla
terapista che acquista e dilata
importanti valori simbolici;
-
sebbene si mantenga un'atmosfera di allegria e di
incontro armonioso, il paziente percepisce l'obiettivo
terapeutico-educativo-formativo dovendo accettare le regole e le spinte verso
il far crescere le sue potenzialità ed il correggere posture e/o atteggiamenti
devianti o dannosi;
-
il bambino accetta questo atteggiamento riparatore
dimostrando non solo di adeguarsi, ma anche di partecipare attivamente al
recupero di funzioni ed allo sviluppo di capacità oltre che della personalità;
-
il disabile, che a terra dimostra tante difficoltà,
quando sale sul cavallo percepisce una diversa immagine di sé, più valida,
imponente, più positiva e da qui prende avvio quell'autovalorizzazione che
significa una nuova presa di coscienza;
-
l'immagine simbolica del cavallo è fondamentale per
dare slancio e desiderio di fare dell'equitazione e ciò è dimostrato
dall'entusiasmo e dall'orgoglio dei bambini nelle loro relazioni con i
compagni;
-
i disabili non imparano ad andare a cavallo, bensì a
sviluppare una attività equestre che comporta:
-
è una prestazione attiva che comporta scelte,
attenzione, volontà, rispetto dell'animale, degli altri cavalieri e del
setting, tenuta, affetto verso il proprio "compagno" e, soprattutto,
indipendenza ed autodeterminazione. Inizialmente, invece, l'ippoterapia era passiva
poiché si pensava che fosse solo il movimento del cavallo a produrre benefici;
-
la terapista osserva attentamente le evoluzioni e
l'impegno motorio per poter guidare il disabile a raggiungere gli obiettivi di:
·
rinforzare i muscoli del tronco e del collo;
·
sviluppare le strutture muscolari di cosce e gambe;
·
acquisire coordinazione oculo-motoria;
·
far crescere la capacità di orientamento spaziale e temporale;
·
saper partecipare ad evoluzioni, in gruppo, che
richiedono attenzione, precisione ed un grande rispetto delle regole perché
movimenti incontrollati possono mettere a repentaglio l'incolumità dei
partecipanti al lavoro.
Da queste osservazioni si evince
che:
-
l'ippoterapia è un intervento di riabilitazione
globale, che spinge il soggetto disabile a non fissarsi sulle proprie
limitazioni, ma a credere nelle reali possibilità di crescere e di trovare un
proprio ruolo;
-
le terapiste spesso fanno partecipare i ragazzi alla
preparazione dei cavalli: mettere la sella, collocare i finimenti, pulirli,
spazzolarli, liberare gli zoccoli dal fango accumulato. Questo compito serve a
sviluppare ancor più quel vincolo affettivo che lega il disabile al proprio
cavallo;
-
il programma di lavoro è sempre spiegato ai pazienti,
affinché acquistino una chiara visione degli obiettivi e dei risultati e non si
fermino a considerare solamente quanto sia "pesante" la pratica;
-
dopo le prime sedute nelle quali il cavallo è tenuto da
un ausiliario, i disabili imparano ad andare da soli e, quindi, a guidare;
questo è sempre un grande passo in avanti perché implica un enorme aumento del
senso di autovalorizzazione, sulla base della scoperta di capacità, di
efficienza e di precisione nei rapporti con il cavallo;
-
le sedute di ippoterapia solitamente sono settimanali e
durano mezz'ora, ma possono diventare di un'ora ed anche bisettimanali. Non si
pensi che questo sia poco poiché l'impegno nella terapia è veramente intenso e
faticoso; è importante mantenere quel desiderio che porta i bambini ad
accettare il lavoro.
Il piccolo cavaliere percepisce e
utilizza per un lavoro psico-mentale di integrazione:
-
ogni stimolo sensomotorio indotto dal movimento del
cavallo;
-
lo stimolo emotivo-affettivo determinato dall’intimo
contatto con l’animale;
-
il valore dell’autoconsiderazione e
dell’autovalorizzazione positiva agli occhi dei compagni: è diventato
“cavaliere”;
-
lo stimolo cognitivo a comprendere gli ordini, le
indicazioni, i richiami e le gratificazioni della terapista;
-
lo stimolo cognitivo di comprendere le risposte del
cavallo;
-
quello di comprendere le proprie risposte adattive alle
necessità dell’equitazione, della guida, dello svolgimento del compito;
-
lo stimolo cognitivo a comprendere il valore riabilitativo-formativo
come obiettivo dell’equitazione.
L’obiettivo è ottenere che il
bambino:
-
raggiunga un livello di attenzione tale da poter
concentrarsi sul compito;
-
dimostri un grado sufficiente di tenuta per poter
sopportare l’attività di mezz’ora ed anche di un’ora;
-
assuma un ruolo attivo evidenziato dal tenere le
briglie in mano e guidare il cavallo;
-
non si afferri alla terapista, ma collabori con lei,
seguendo anche le sue indicazioni;
-
abbia un buon livello di coordinazione motoria;
-
sia in grado di muoversi nello spazio;
-
accetti il desiderio della terapista che parte dal
montare in sella dietro a lui per poter insegnargli, in maniera concreta, le
strategie della monta, ma raggiunge l’obiettivo fondamentale di lavorare in
gruppo e, soprattutto, di percorrere tutte le tappe necessarie per poter
praticare l’attività pre-sportiva e quella sportivocompetitiva vera e propria.
CONCLUSIONI
L’intervento ippoterapico, nello schema della riabilitazione di
disabili fisici e psichici, rispettato un preciso modello di organizzazione
temporale con la psicoterapia relazionale, può risultare veramente importante e
merita alcune considerazioni.
1) I
disturbi pervasivi dello sviluppo psico-mentale si beneficiano dell’ippoterapia
per come questa impone regole ed il rispetto dell’Altro. Il contenimento,
insieme ad una intensa componente narcisistica, portano il bambino a
considerare e a compiacersi dei risultati ottenuti e, quindi, lo avviano
nuovamente ad un processo di crescita controllabile.
L’inserimento
all’ippoterapia deve essere più graduale per non portare ad atteggiamenti
controfobico-riparativi che sono sempre problematici, ma i risultati che si
possono ottenere sono decisamente positivi. La formazione del senso di sé
induce la ripresa dello sviluppo psico-affettivo, attivando il complesso lavoro
di rappresentazione simbolica che il cavallo induce e che viene sostenuta e
stimolata dalla terapista.
2) Il
contenuto educativo attivato nel
lavoro ippoterapico con il rispetto dello spazio, dei tempi, dell’animale e,
soprattutto, delle terapiste porta l’autistico ad accettare non solo le regole,
ma anche quello che indichiamo come “il pensiero dell’altro” che richiede
capacità attentive, di decodificazione e di funzionamento mentale.
3) L’
esperienza creativa che si sviluppa
in spazio e tempo determinati, si prospetta come stimolo cognitivo che,
allacciandosi all’apprendimento di una immagine di sé che cambia in
continuazione, mantiene ed, anzi, accresce gli stimoli a continuare, attivati
da un acquisito “narcisismo secondario”.
4) La
relazione cavaliere-cavallo , nelle
sue valenze più profonde, attiva vissuti psico-mentali (emotivi, affettivi e
cognitivi) che, insieme a quello suscitati dalla relazione con la terapista,
strutturano le basi per un valido Io-ideale e, in special modo, per un
significativo e fondante “Nome del Padre”. Queste espressioni teoriche si
esplicano nella pratica con prendere le redini e, soprattutto, con assumere su
di sé la responsabilità di guidare il “focoso destriero” che, partendo dalle
fantasie, genera la metafora del potere e dell’assunzione del diritto che guida
l’accesso alla legge, all’amore, alla socializzazione ed all’integrazione della
personalità.