ALZHEIMER:
terapia e qualità
della vita.
Romeo Lucioni – Ida Basso
L’approccio con una
sindrome neurodegenerativa cronica come l’Alzheimer, della quale poco si
conosce sulla eziopatogenesi, per la quale non possediamo un intervento
terapeutico capace di curare, che dura dai 7 ai 20 anni, che si presenta con
sempre maggior frequenza anche perché accompagna l’attuale allungamento
dell’aspettativa di vita, che coinvolge, oltre al paziente, al suo medico ed ai
suoi terapeuti, una quantità imprecisata di persone (famigliari, caregivers e
volontari), che sempre più prende l’aspetto di una malattia sociale a carattere di epidemia latente, evidentemente
pone una quantità enorme di interrogativi per rispondere ai quali si stanno
strutturando dei networks multiprofessionali sempre più capaci di leggere in
profondità e con chiarezza quanto la struttura
globale della sindrome ci trasmette.
Se anche però ci
limitiamo a considerare l’Alzheimer da un punto di vista della terapia, il
quadro resta comunque complesso e, proprio per questo, vogliamo affrontare il
tema per cercare di porre delle linee guida, ma soprattutto, dei punti fermi
sui quali fondare le considerazioni, le analisi ed anche certe conclusioni.
L’Alzheimer è
interessato da quattro interventi:
Questi, anche se non risolvono la malattia, cioè non curano, vengono in linea di massima capaci di portare un certo miglioramento dei sintomi cognitivi e di quelli comportamentali seppure per un periodo che varia da sei masi a un anno, in un numero limitato di casi presi tra quelli cosiddetti “iniziali”.
B – terapia farmacologica non specifica , sempre più importante nel proseguire della malattia “per la quale non si muore, ma con la quale si muore”.
Questo interventi devono contenere l’esplosività emotiva, controllare reazioni depressive, allontanare espressioni deliranti, risolvere difficoltà nel ritmo nictemerale, evitare comportamenti problematici ed aggressivi.
Proprio per la varietà dei sintomi il medico chiamato ad intervenire deve sapere perfettamente come attuare, tenendo conto, anche, che spesso nei pazienti Alzheimer le risposte ai farmaci risultano paradossali.
C – terapie paliative: sono spesso richiesti interventi che dovrebbero migliorare la qualità della vita e che devono essere considerati come un supporto parallelo agli interventi farmacologici. Questi interventi sono svariatissimi potendo equipararsi a psicomotricità, musicoterapia, terapia occupazionale, laborterapia, arte-terapia, eccetera.
Senza disconoscere l’utilità di queste attività, restano comunque nel novero di interventi paliativi, che non hanno la pretesa di valenze curative vere e proprie e, soprattutto, non sono sostenute da analisi scientifiche sui risultati che possono essere ottenuti sia a breve che a lungo termine. Si limitano a voler rendere più sopportabile la vita e per questo vengono per lo più annoverate nei tentativi di migliorare genericamente la qualità della vita dei pazienti, permettendo anche in certo grado di sollievo ai parenti ed ai caregivers.
D – terapie non farmacologiche: ci troviamo di fronte a delle vere terapie che non si basano sull’uso di farmaci allopatici od omeopatici e vengono impiegate nel tentativo di contenere il progredire della malattia.
Fra queste l’ E.I.T. (Terapia di Integrazione Emotivo-affettiva), che noi pratichiamo da diversi anni, è una vera e propria psicoterapia con fondamenti psicodinamici e psicoanalitici, non verbale e che si attua preferentemente in gruppo.
Questa terapia, fondata sulla relazione, apre un quadro di ricerca particolarmente interessante che non è stato ancora del tutto affrontato e messo in luce in tutti i suoi aspetti ontologici ed epistemologici.