Autismo: nuove
teorie della mente.
Tra le varie cause che portano alla sindrome autistica si annovera, anche, l’ipotesi di un mancato sviluppo di una cosiddetta “Teoria della mente”.
Possedere una teoria della mente significa attribuire stati mentali, cioè desideri, emozioni, intenzioni, pensieri e credenze, a se stessi e agli altri e, in base a ciò, prevedere che le persone si comporteranno in relazione ai propri stati interni, a ciò che desiderano, pensano e sentono[1].
Ripercorrendo le tappe storiche della teoria della mente, è necessario citare, da un lato, il lavoro sperimentale svolto da Premack e Woodruff[2], dall’altro, il cosiddetto “compito della falsa credenza” di Wimmer e Perner,[3] .
Secondo Premack e Woodruff, la teoria della mente sarebbe, come ho già detto, la capacità di attribuire stati mentali a sé e agli altri e di usare tali rappresentazioni mentali per decidere il proprio comportamento e porre in essere previsioni riguardo quello altrui.
Wimmer e Perner, invece, hanno messo a punto un test psicologico, cosiddetto della “false belieftask”[4],appositamente studiato per verificare la capacità dei bambini di attribuzione di credenza; viene mostrata al bambino una scenetta con due personaggi, “A” e “B”; Il soggetto A provvede a deporre un oggetto in un determinato luogo, che individuiamo come luogo “X”, dopodiché va via; durante l’assenza del soggetto “A”, il soggetto “B” sposta l’oggetto dal luogo “X” al luogo “Y”; il soggetto “A” ritorna e dice che prenderà l’oggetto; a questo punto si chiede al bambino in quale luogo “A” andrà a prendere l’oggetto e se il bambino indicherà il luogo “X”, la risposta paleserà il riconoscimento, da parte sua, della falsa credenza.
Per quel che riguarda l’origine, non è mancato chi[5] ha ritenuto che la teoria della mente sia innata, basandosi sulle ricerche riguardanti i deficit precoci nell’acquisizione di tale teoria da parte dei bambini autistici.
A tale proposito venne elaborata la teoria meta - rappresentazionale , nell’ambito della quale si individua, nello sviluppo normale del sistema cognitivo, una differenziazione tra rappresentazioni primarie e meta – rappresentazioni; le prime, definite “sobrie”, sono modalità di immagazzinamento di informazioni letterali sugli eventi, mentre le meta – rappresentazioni permettono la descrizione di eventi ipotetici: nei soggetti autistici mancherebbe la capacità di elaborare meta - rappresentazioni, cioè quelle che favoriscono lo sviluppo di una teoria della mente, mentre sono presenti le rappresentazioni primarie.
Altri autori ritengono invece, che una forte influenza sulla teoria della mente sia ascrivibile a fattori ambientali.
La mancanza della teoria della mente nel bambino autistico, così come la sua incapacità nei giochi di finzione, sarebbe conseguenza della mancanza di una innata abilità nel contatto e nella interazione emozionale: incapacità a rispondere e comprendere le altrui emozioni[6].
Le due esposte teorie sono l’una di tipo cognitivo, l’altra di tipo socio – emotivo.
In una situazione normale, la capacità di prevedere e considerare le azioni degli altri, sulla base di attribuzioni di stati intenzionali, si sviluppa intorno ai tre, quattro anni di età, anche se molti autori ritengono che la teoria della mente si strutturi in un periodo antecedente, attraverso la comparsa di una serie di precursori.
Tra questi, soprattutto due sono molto importanti:
La capacità di “attenzione condivisa” [7]
La capacità di “comunicazione intenzionale”
Per attenzione condivisa si intende un comportamento che comprende diversi atti, quali lo sguardo referenziale, il dare, il mostrare, l’indicare con il dito, tenendo presente che il soggetto autistico non fissa lo sguardo, non pone attenzione sugli altri, tende ad isolarsi da tutto quanto lo circonda; si nota pertanto come in lui l’attenzione condivisa sia del tutto assente o, comunque, gravemente deficitaria.
La comunicazione intenzionale consiste nella capacità di vedere se stessi e gli altri come entità che pensano di riconoscere stati mentali, sia in sé che negli altri, al di là della loro più semplice espressione[8], i bambini autistici, invece, non manifestano alcun interesse, pertanto non possiedono stati mentali; la comunicazione intenzionale presuppone la nozione che gli altri siano interessati a qualcosa.
La concezione che ritiene deficitaria, nell’ autismo, la capacità di sviluppare una teoria della mente, propone l’individuazione di una serie di tappe – stadi nella maturazione del bambino autistico riguardo la capacità di comprendere le credenze; l’attenzione condivisa, che nel bambino normodotato fa la sua comparsa intorno ai nove mesi di vita, si sviluppa nel soggetto autistico, intorno ai quattro anni, ossia quando nel bambino normodotato insorge la comprensione delle credenze; quest’ultima si appalesa, nel soggetto autistico, intorno ai nove anni; Il soggetto normodotato, infine, verso i sette anni incomincia a comprendere le credenze riguardanti altre credenze, attitudine che nel soggetto autistico compare solo in età adulta, oppure non compare per niente (fig. 1).
Per poter meglio comprendere la natura del deficit dei bambini autistici nella formazione della teoria della mente, possono mettersi a confronto due posizioni differenti, quella dell’ “innatismo dello stato di partenza”[9] e quella dell’ “innatismo modularista”[10].
La prima delle due teorie sottolinea come i bambini possiedano, in modo innato, delle informazioni sulla natura delle persone; la seconda, invece, precisa che solo alcuni tipi di architettura cognitiva, in particolare la capacità di meta – rappresentazione, sono determinate in modo innato; secondo questa concezione, nell’autismo, sembra mancare lo sviluppo di un “meccanismo distaccatore”m mentre per i sostenitori dell’innatismo dello stato di partenza, mancando la traccia iniziale vi sono scarse possibilità che il soggetto possa sviluppare una teoria della mente.
In sostanza, il mancato sviluppo della teoria della mente in questi bambini, causerebbe i deficit tipici della sindrome autistica, quali quelli legati al comportamento sociale e alle abilità pragmatiche di comunicazione, in special modo in relazione all’uso appropriato del linguaggio dal punto di vista sociale e comunicativo [11].
Possedere una teoria delle mente è indispensabile per creare relazioni sociali, le quali a loro volta sono uno dei mezzi privilegiati per stimolarla.
[1] Camaioni L., La mente scoperta, Psicologia contemporanea, 1995.
[2] Premack
D. e Woodruff G., Does the schimpanzee have a theory of mind?, Beavioural and brain
sciences, 1978.
[3] Winner H. e Perner J., Beliefs about beliefs: representation and
constraining function of wrong beliefs in young children’s understanding of
deception, 1983; in Camaioni L.: La teoria
della mente. Laterza,
Bari, 1995.
[4] Falsa credenza
[5] Leslie A., Pretendine and believing:
“Issues in the theory of Tomm, Cognition, 1995.
[6] Hobson R.
P., Autism
and the development of mind, L. E. A., Hove, 1993.
[7] Baron – Cohen S., I precursori della teoria della mente:
comprendere l’attenzione degli altri, cit in Camaioni, op. cit.
[8] Si tratta cioè della
capacità di riferirsi esplicitamente alla propria mente e a quella degli altri,
utilizzando tali concetti per spiegare e predire ciò che se stessi o gli altri
possano fare o dire.
[9] Sostenuta da Meltzoff A.
N. e Gopnik A..
[10] Sostenuta da Leslie A.
[11] Baron – Cohen S., Deficit interpersonali e nella pragmatica
della comunicazione del bambino autistico; in: Insegnare all’handicappato.