ALZHEIMER
COME SINDROME DA CATASTROFE
La
malattia di Alzheimer è una sindrome neuro-degenerativa che, tra le demenze,
occupa di gran lunga il primo posto per incidenza e che sembra diffondersi come
“epidemia silente”. Seppure sia definita come “demenza pre-senile”, diventa
sempre più frequente con l’aumentare dell’età: 20% degli ultra 65-enni, 40%
degli ultra 80-enni.
A prima vista sembrerebbe trattarsi di
una malattia ad eziologia sconosciuta, ma è comunque strettamente legata alla
struttura biologica del cervello che, o per vecchiaia, o per predisposizione
genetica, o per insulti vari, inizia un processo di involuzione che si
caratterizza per la presenza di depositi intracellulari della proteina
beta-amiloide.
Questa visione della malattia risulta
oggi alquanto restrittiva dal momento che sono molte le osservazioni che la
mettono in rapporto con altri meccanismi non solamente legati alla funzione
biologica. Riscontriamo, per esempio, una maggior incidenza della sindrome in
persone non culturizzate, tanto che per .......... gli analfabeti presentano i
segni della demenza con una incidenza sette volte maggiore di quella
riscontrabile tra persone con livello scolare medio; ....... riferisce anche
che tra i laureati l’ Alzheimer ha una incidenza irrilevante.
Seppure questa osservazione non faccia
prospettare altro che un funzionamento come di “scudo” per quanto riguarda il
pericolo di ammalarsi, comincia a serpeggiare l’idea che il funzionamento
neuro-psicologico giochi un ruolo importante nel determinismo della
fenomenologia demenziale.
Tenuto conto di questa osservazioni si
è cercato di studiare da un punto di vista più strettamente psichiatrico e
psicodinamico questa malattia che, nella sua drammaticità, acquista anche
caratteri misterici.
In
un recente lavoro (R.Lucioni, G.Nappi) si è evidenziato come si possano
ottenere buoni risultati nel recupero della qualità della vita stimolando la
partecipazione affettiva in particolari situazioni relazionali ed inoltre (vedi
R. Lucioni - Alzheimer e significato simbolico della tomba) come si possa
pensare ad un “oggetto d’amore” trasformato in aggressivo, cannibalico e, in
ultima analisi, distruttivo.
Questo “nucleo-oggetto” (fatto
oggetto-interno) nell’Alzheimer è rappresentato da qualcosa che di per sé
configura e caratterizza il “senso di sé”: sarebbe come dire che l’ Io se perde
l’oggetto si destruttura, si pauperizza nel nulla. L’ Io, per sussistere, ha
bisogno dell’oggetto, configurando così una dimensione simbiotica assoluta.
Quest “oggetto interno” non deve,
necessariamente, rappresentare una figura determinata -per es. la madre, la
moglie, il marito, ecc.- , ma può essere rappresentato dal proprio corpo
(intero o in parte) espresso come capacità, la professione, l’onore, ecc.
In
ogni modo però, questo “oggetto” si dimensiona come “fulcro” o “fondamento
essenziale” per mantenere “l’identità”.
In questa prospettiva si potrebbe quasi
asserire che l’Alzheimer sia una malattia legata ad un profondo “disturbo
dell’identità”.
Nell’esperienza clinica è comune
l’osservazione che i pazienti Alzheimer hanno nella loro storia un riferimento
a qualche fatto traumatico che ha interessato la struttura psichica personale.
In un recente lavoro (A. Kavanchik - ......) si è evidenziato come in quasi la
totalità dei casi osservati, questo traumatismo psichico può essere situato uno
o due anni prima della comparsa della sintomatologia demenziale e, soprattutto,
prima dell’inizio dei disturbi della memoria.
Nello stesso lavoro viene sottolineato
come i pazienti che hanno strutturato un Alzheimer dopo uno shok emotivo,
hanno, in altri momenti della loro vita, sopportato e reagito adeguatamente
(per es. con una normale elaborazione di lutto o depressiva) ad altri e, a
volte, svariati shok emotivi.
Resta da evidenziare che è un fatto
traumatico determinato quello che acquista la pregnanza ed il significato
sufficienti a provocare la risposta di perdita e quindi la chiusura
psico-affettiva con conseguenze drammatiche per la pauperizzazione
cognitivo-intellettiva.
L’esperienza traumatica acquista i
caratteri della “catastrofe”, cioè di un evento straordinario che altera
l’ordine abituale e caratteristico della struttura personologica.
Da
questo punto di vista, si può prendere in considerazione l’importante lavoro di
Maria del Carmen .... (.....) che mette in evidenza “l’impatto psichico
dell’imprevisto” che destruttura una “cronicità sociale” nella quale si
mimetizzano: “pauperizzazione, impunità sociale, violenza urbana, migrazioni e
fenomeni trans-culturali”.
Gli
autori ricordano anche gli apporti di R.Kaes per definire la nozione di catastrofe
psichica che giustifica l’impatto distruttivo sullo psichismo in
particolari situazioni.