ALZHEIMER

COME SINDROME DA CATASTROFE

 

Romeo Lucioni

 

 

La malattia di Alzheimer è una sindrome neuro-degenerativa che, tra le demenze, occupa di gran lunga il primo posto per incidenza e che sembra diffondersi come “epidemia silente”. Seppure sia definita come “demenza pre-senile”, diventa sempre più frequente con l’aumentare dell’età: 20% degli ultra 65-enni, 40% degli ultra 80-enni.

         A prima vista sembrerebbe trattarsi di una malattia ad eziologia sconosciuta, ma è comunque strettamente legata alla struttura biologica del cervello che, o per vecchiaia, o per predisposizione genetica, o per insulti vari, inizia un processo di involuzione che si caratterizza per la presenza di depositi intracellulari della proteina beta-amiloide.

         Questa visione della malattia risulta oggi alquanto restrittiva dal momento che sono molte le osservazioni che la mettono in rapporto con altri meccanismi non solamente legati alla funzione biologica. Riscontriamo, per esempio, una maggior incidenza della sindrome in persone non culturizzate, tanto che per .......... gli analfabeti presentano i segni della demenza con una incidenza sette volte maggiore di quella riscontrabile tra persone con livello scolare medio; ....... riferisce anche che tra i laureati l’ Alzheimer ha una incidenza irrilevante.

         Seppure questa osservazione non faccia prospettare altro che un funzionamento come di “scudo” per quanto riguarda il pericolo di ammalarsi, comincia a serpeggiare l’idea che il funzionamento neuro-psicologico giochi un ruolo importante nel determinismo della fenomenologia demenziale.

 

         Tenuto conto di questa osservazioni si è cercato di studiare da un punto di vista più strettamente psichiatrico e psicodinamico questa malattia che, nella sua drammaticità, acquista anche caratteri misterici.

In un recente lavoro (R.Lucioni, G.Nappi) si è evidenziato come si possano ottenere buoni risultati nel recupero della qualità della vita stimolando la partecipazione affettiva in particolari situazioni relazionali ed inoltre (vedi R. Lucioni - Alzheimer e significato simbolico della tomba) come si possa pensare ad un “oggetto d’amore” trasformato in aggressivo, cannibalico e, in ultima analisi, distruttivo.

         Questo “nucleo-oggetto” (fatto oggetto-interno) nell’Alzheimer è rappresentato da qualcosa che di per sé configura e caratterizza il “senso di sé”: sarebbe come dire che l’ Io se perde l’oggetto si destruttura, si pauperizza nel nulla. L’ Io, per sussistere, ha bisogno dell’oggetto, configurando così una dimensione simbiotica assoluta.

         Quest “oggetto interno” non deve, necessariamente, rappresentare una figura determinata -per es. la madre, la moglie, il marito, ecc.- , ma può essere rappresentato dal proprio corpo (intero o in parte) espresso come capacità, la professione, l’onore, ecc.

In ogni modo però, questo “oggetto” si dimensiona come “fulcro” o “fondamento essenziale” per mantenere “l’identità”.

         In questa prospettiva si potrebbe quasi asserire che l’Alzheimer sia una malattia legata ad un profondo “disturbo dell’identità”.

         Nell’esperienza clinica è comune l’osservazione che i pazienti Alzheimer hanno nella loro storia un riferimento a qualche fatto traumatico che ha interessato la struttura psichica personale. In un recente lavoro (A. Kavanchik - ......) si è evidenziato come in quasi la totalità dei casi osservati, questo traumatismo psichico può essere situato uno o due anni prima della comparsa della sintomatologia demenziale e, soprattutto, prima dell’inizio dei disturbi della memoria.

         Nello stesso lavoro viene sottolineato come i pazienti che hanno strutturato un Alzheimer dopo uno shok emotivo, hanno, in altri momenti della loro vita, sopportato e reagito adeguatamente (per es. con una normale elaborazione di lutto o depressiva) ad altri e, a volte, svariati shok emotivi.

         Resta da evidenziare che è un fatto traumatico determinato quello che acquista la pregnanza ed il significato sufficienti a provocare la risposta di perdita e quindi la chiusura psico-affettiva con conseguenze drammatiche per la pauperizzazione cognitivo-intellettiva.

         L’esperienza traumatica acquista i caratteri della “catastrofe”, cioè di un evento straordinario che altera l’ordine abituale e caratteristico della struttura personologica.

Da questo punto di vista, si può prendere in considerazione l’importante lavoro di Maria del Carmen .... (.....) che mette in evidenza “l’impatto psichico dell’imprevisto” che destruttura una “cronicità sociale” nella quale si mimetizzano: “pauperizzazione, impunità sociale, violenza urbana, migrazioni e fenomeni trans-culturali”.

Gli autori ricordano anche gli apporti di R.Kaes per definire la nozione di catastrofe psichica che giustifica l’impatto distruttivo sullo psichismo in particolari situazioni.

 



Torna ad ALZHEIMER


Torna ad ALZHEIMER