BURN-OUT

 

Romeo Lucioni

 

Nell’ambito dei lavori legati all’assistenza, negli ultimi anni è stata evidenziata una forma psicopatologica caratteristica denominata burn-out (bruciare fuori).

Questa sindrome viene spesso confusa con le “reazioni d’ansia e/o di angoscia” che però, nel loro svolgersi, non si caratterizzano specificamente e, soprattutto, non hanno quella impronta di gravità, per le conseguenze che ne derivano, che invece si trova nel burn-out.

Anche se ancora non è stata del tutto chiarita, la reazione psichica che sottende un quadro psico-patologico porta a considerare le professioni legate all’assistenza come professioni a rischio e l’ambito lavorativo addirittura “ambito insalubre”.

La constatazione dell’aumento del consumo di psicofarmaci, antidepressivi ed induttori del sonno, oltre che la crescente sindrome dell’assenteismo e/o del ritiro dal lavoro o dal suo continuo spostamento.

 

La sintomatologia psico-fisica che caratterizza il born-out riguarda specialmente una somatizzazione gastro-intestinale e cardio-circolatoria che si strutturano in:

 

PATOLOGIA CHE RICHIEDE ASSISTENZA MEDICO-PSICOLOGICA

 

A.           sintomi somatici:

§      cefalee

§      disturbi gastro-intestinali

§      lombalgie

§      contratture muscolari

§      aggravamento delle sindromi premestruali

B.           sintomi somato-psichici:

§      irritabilità

§      irrequietezza psicomotoria

§      insonnia

§      incubi e pensieri tormentosi

§      giramenti di vista

§      facilità al pianto

§      improvvisa tristezza

§      intolleranza

§      aggressività

§      svogliatezza e indifferenza

§      alterazione della libido

C.           sintomi psichici:

§      ansia e angoscia immotivate

§      crisi di panico

§      stato depressivo

§      senso di insoddisfazione

§      perdita dell’attenzione

§      difficoltà a memorizzare cose nuove

§      dubbi ed incertezze vocazionali

§      frustrazione professionale

§      riduzione della creatività

§      abbandono della cura della persona

D.           conseguenze:

§      aumento dell’uso degli psicofarmaci (ansiolitici; antidepressivi; induttori del sonno)

§      perdita importante di ore lavorative e, quindi, riduzione dei profitti

§      disorganizzazione sociale

§      scontro tra datori di lavoro, impiegati e organi deputati all’assistenza.

 

La sindrome di Burn-Out, se pur ancora poco riconosciuta, è stata descritta e valutata con molta attenzione proprio perché si dimostra particolarmente “pesante” da un punto di vista clinico ed anche perché provoca quadri psicopatologici reattivi gravi che hanno spesso portato a risoluzioni suicidiarie.

Il senso di perdita di ogni via di uscita è il motivo cardine della sindrome, che può definirsi anche di origine sociale visto che affetta i dipendenti che si trovano stretti tra le esigenze del ruolo, le pressioni degli utenti-assistiti e le imposizioni dell'impresa.

 

Caso clinico

Il quadro di Burn-Out, proprio come viene conosciuto, si rileva sia per la concentrazione della sintomatologia psicosomatica e psicopatologica (crisi di pianto, incontinenza emotiva, somatizzazioni gastro-intestinali, cardio-circolatorie, sensazioni e attacchi di panico, spunti interpretativi), ma anche e ,soprattutto, dai vissuti che mettono in relazione il sé con gli altri intesi da un lato come utenti e, dall'altro, come 'Impresa.

 

La paziente riconosce in sé:

·      un buon livello intellettivo

·      adeguata preparazione professionale

·      senso morale e d'impegno personale centrati sui "valori"

·      personalità integrata e valida, segnata dalle vicissitudini tragiche della sua vita

Inoltre, riconosce l'importanza di:

·      rottura della famiglia d'origine (la madre vive in Argentina e il padre in un altro paese)

·      perdita della patria e dei valori della gioventù.

·      frattura (due volte) della propria coppia.

·      perdita dei compagni di lavoro (èquipe nel reparto Bagagli Smarriti)

 

Per altro sottolinea negli utenti-clienti:

·      insensibilità ed arroganza nei confronti di chi fa il proprio dovere per aiutarli.

·      ignoranza ed incapacità di affrontare con buon giudizio le situazioni che non riescono a risolvere.

·      cattiveria e maleducazione che si esprimono non solo con parole denigranti, ma anche, talora, con "sputi in faccia".

 

Ed ancora evidenzia nell'Impresa:

·      Insensibilità "burocratica" di fronte alle reali difficoltà dei dipendenti.

·      Mancanza di flessibilità per trovare soluzioni valide e logiche ai problemi.

·      Abbandono dei dipendenti di fronte al "massacro" determinato dal ruolo di intermediari tra richieste e situazioni critiche.

·      Incapacità di riconoscere gli sforzi dei dipendenti per superare le difficoltà del lavoro ma, soprattutto, per evitare situazioni spiacevoli contando solo sulle proprie forze e sul proprio buon senso.

·      "Tradimento" delle aspettative.

·      Incapacità di affrontare con "sensibilità" i problemi personali dei dipendenti.

 

La psicopatologia che attanaglia il paziente nel caso del Burn-Out si struttura come reazione sostenuta da tre poli:

 

1.  L'autoriconoscimento dei propri diritti e delle proprie capacità professionali.

2.  L'attacco degli utenti.

3.  L'insensibilità e l'inadeguatezza dell'impresa di fronte alla situazione critica.

 

Queste componenti confluiscono inevitabilmente in un senso di disperazione e di impossibilità a trovare vie d'uscita, che si dimostra particolarmente debilitante, distruttivo e pericoloso.

E' proprio l'impotenza che crea un contrasto tra il senso di sé ed un inevitabile senso di frustrazione che genera rabbia da un lato, ma, per altro, conduce a pericolose difficoltà a mantenere le valenze positive del Sé, con il pericolo di crisi di depersonalizzazione ed invasioni interpretativo-delirante che destrutturano le forze adesive dell'Io.

Di fronte al Burn-Out poche sono le risorse terapeutiche dal momento che lo scontro tra bisogni personali e necessità dell'ambito lavorativo non permette più né interventi psicoterapeutici, né tentativi farmacoterapeutici che (come si anche visto in questo caso) spesso portano a peggioramenti del quadro, ma, molto più grave, possono anche abbassare le difese psichiche ed abbandonare il paziente all'unica risorsa che gli rimane e che è quella autodistruttiva.

In questi casi non è mai sufficiente un intervento terapeutico che può solo svilupparsi nel sostegno, ma si necessita un ripensamento da parte dell'Azienda che, di fronte al pericolo di risoluzioni disperate (anche se poco giudiziose), riesca a trovare una soluzione come segno di riguardo, di compiacenza, di riconoscimento e di desiderio di utilizzare la buona volontà dichiarata e dimostrata dalla persona-paziente in pericolo.

 

CONCLUSIONI

 

Nell’affrontare ogni singolo caso di burn-out bisogna ricordare che questo quadro psicopatologico non deve essere considerato e affrontato nell’ambito della “medicina” proprio perché va annoverato nell’ambito delle malattie sociali o ad alta motivazione sociale. Seppure ancora poco studiate queste “situazioni” stanno prendendo sempre più uno spazio proprio ed un valore nosologico sempre più importante per la frequenza che si registra come in notevole aumento.

 

Cosa genera il burn out:

·        sovraccarico lavorativo

·        riconoscimento inadeguato delle capacità e delle competenze

·        mancanza di feedback nelle relazioni interne all’azienda

·        confusione nei ruoli professionali

·        indeterminatezza dei compiti

 

Caratteristiche:

· identità di genere (prevalenza femminile)

· per lo più sposate : conflitto tra ruolo familiare e ruolo professionale con

                                   vocazione ad aiutare

· non si fa carriera (caratteristica del terzo settore

                                 che è fortemente femminilizzato)

· mancanza di prestigio

· scarsa e/o inadeguata retribuzione

 

Interventi riparatori:

· lavoro in equipe

· specifizzazione e rispetto dei ruoli

· ricerca costante di aggiornamento professionale

· riorganizzazione del settore da parte dell’istituzione

· riconoscimento dei meriti.

 

L’analisi del quadro clinico porta a poter concludere che il born-out non deve essere accettato né dal soggetto-paziente, né dall’impresa come una situazione solamente psico-patologica affrontabile solamente attraverso la medicalizzazione o, comunque, riconoscendo al soggetto una responsabilità legata ad una specie di “debolezza personologica”.

Il born-out non è una malattia in senso stretto è una “situazione personale legata o determinata da una situazione sociale precisa”. In questo ambito è chiaro che la “responsabilità” non ricade sul soggetto-dipendente (che non ha il dovere di essere un “martire”), ma crea un “intreccio sociale” nel quale ogni parte interessata deve chiarire ed affrontare i propri compiti:

§         il medico di base, insieme al medico aziendale e agli eventuali specialisti coinvolti, devono analizzare il quadro nel suo complesso, in una forma globale proprio perché tocca a loro analizzare quanto spetti al dipendente, quanto all’azienda e quanto all’organizzazione;

§         il soggetto-dipendente che deve attivarsi immediatamente quando comincia a soffrire disturbi riferibili a senso di impotenza, difficoltà di accettazione di situazioni incontrollabili;

§         l’azienda che deve monitorare in continuazione l’andamento del lavoro inteso non solo come produzione, ma anche come specifica risposta all’organizzazione ed alla relazione efficienza-efficacia;

§         le istituzioni pubbliche che, predisposte per la salvaguardia dei cittadini nella loro totalità e specificità, hanno il compito ed il dovere di essere sensibili e pronte ad intervenire quando si profilino situazioni riferibili a “malattie sociali”.

 

È evidente come il born-out non possa più essere considerato un problema personale o individuale, così come non può più essere affrontato solo sul versante medico-assistenziale. Nelle sue caratteristiche sociali riguarda la cultura, la struttura relazionale e rappresentazionale interessante i cittadini e, pertanto, interessa tutto il Welfare State ed il Welfare Mix (Stato Sociale e Terzo Settore no profit), coinvolgendo, quindi, sia gli organi politico-amministrativi che quelli sindacali, dell’educazione, del controllo sanitario, delle associazioni e delle organizzazioni che hanno uno scopo culturale, ludico-ricreativo, associativo e partecipativo. 



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