Sintomatologia, eziopatogenesi e terapia.

 

Romeo Lucioni - Arianna Krachmalnicoff 

 

Analizzando il quadro sintomatologico riferito alle varie sindromi caratterizzate da disturbo dello sviluppo psico-mentale, viene da chiedersi quanto siano importanti:

§         la sintomatologia per chiarire la diagnosi;

§         l’eziopatogenesi per immaginare le cause dei sintomi;

§         la terapia necessaria e improrogabile dato che sempre c’è molto poco tempo per cercare di superare le problematiche e, quindi, reimmettere il bambino nel cammino dello sviluppo sia psichico (emotivo-affettivo) che mentale (cognitivo-intellettivo).

Tenendo conto delle osservazioni di J.Lacan in “La direzione della cura”, che portano a far dire che alla psicoanalisi non interessa la causa (punto nodale, invece, per i behavioristi) quanto invece l’intervento terapeutico nel quale si sciolgono tutti i dubbi. Se questo, in linea di massima, è certamente etico (e la psicoanalisi è una scienza fondamentalmente etica) restano però molti dubbi da risolvere quando dobbiamo affrontare i disturbi dello sviluppo.

§          La psicoanalisi basa le sue teorizzazioni (i postulati che però Freud dice che devono essere fondati sull’osservazione clinica) sull’origine traumatica dei sintomi o, meglio, sul problema del conflitto. Proprio per questo si sono create molte discussioni e si sono commessi molti errori quando si è colpevolizzata la cosiddetta madre frigorifero.

§          La rielaborazione teorico-pratica della Sindrome di Kanner ha portato a evidenziare il problema nelle alterazioni dei processi dello sviluppo che, per altro, essendo così precoci (intorno ai due anni), non possono ancora essere riferiti totalmente né alla organizzazione psichica, né alla struttura neuro-biologica. Parliamo di disturbi che derivano da un complicato intreccio tra organizzazione che sono in via di maturazione:

-               quella psichica che deve affrontare le problematiche emotivo-affettive (che apriranno poi al campo razionale, simbolico e linguistico);

-               quelle neurologiche che riguardano il cervello che, come evidenziato da A.Damasio, solo intorno ai due anni completa la mielinizzazione delle strutture corticali frontali e pre-frontali.

§          Su queste osservazioni si basano alcune considerazioni che portano a chiedersi se questi bambini siano o no delle persone, proprio perché non parlano (la psicoanalisi dice che ogni essere è un essere di linguaggio) e dimostrano notevoli deficit dell’organizzazione della coscienza, del sistema rappresentazionale, del pensiero e delle capacità analitico-deduttive (teoria della mente).

§          L’approccio ai disturbi dello sviluppo porta inevitabilmente se non a chiedersi sulla eziopatogenesi, sicuramente sì sulla questione prognostica: un bambino bloccato nel suo sviluppo psico-mentale può tornare a crescere? Si possono superare dei sintomi così gravi?

Seppure non sia ancora possibile dare una risposta definitiva si può sicuramente affermare che i miglioramenti (anche rilevanti) sono raggiungibili. Certamente l’intervento terapeutico deve essere il più precoce possibile (dopo i 9-10 anni la plasticità cerebrale è molto ridotta), deve basarsi su modalità sperimentate e validate su scale precise e sugli outcome, deve essere applicata da specialisti che ricevono una formazione ed un aggiornamento continui, deve ricevere l’appoggio dei genitori (devono poter partecipare non solo ai trattamenti, ma anche alle valutazioni).

§          Se i bambini trattati possono evolversi è evidente che le loro potenzialità erano state solo bloccate e, quindi, che i disturbi non sono legati ad una struttura (lesione cerebrale), ma ad un funzionamento disarmonico.

§          Fra i tanti, possiamo prendere in considerazione il tema dell’ansia libera e delle crisi emotive che, per lo più, accompagnano tutti i quadri del disordine dello sviluppo.

a)        nell’autistico le crisi di angoscia ed anche di terrore sono imponenti, ma si caratterizzano per essere scatenate dai cambiamenti:

-     quando si spostano gli oggetti dal loro posto abituale;

-     se si avvicina qualcuno superando un limite, una distanza di sicurezza;

-     se il contatto è diretto perché se tra lui e l’altro c’è un vetro la crisi non si scatena ed anzi può esprimersi con un “particolare sorriso”;

b)        nell’x-fragile e nell’ACC (agenesia del corpo calloso) è l’emotività libera che domina, così basta un qualsiasi stimolo, anche insignificante, che si scatena la crisi. Questa ha caratteristiche particolari in quanto evolve nel piano corporeo: si determina scialorrea, rinorrea, lacrimazione, tachicardia e, a volte, discontrollo delle urine e delle feci;

c)         nella sindrome di Joubert, caratterizzata da agenesia del verme del cervelletto, il bambino non reagisce agli stimoli nocicettivi, sì invece all’allegria, alla felicità che determinano risposte motorie massicce, con ipertono e scatti clonici a tutti e quattro gli arti.

 

Una malattia genetica (x-fragile), una alterazione del S.N.C. (sindrome di Joubert), un disturbo dello sviluppo (autismo di Kanner) presentano risposte emotive caratteristiche, ma tanto diverse tra loro.

L’x-fragile e l’ACC sembrano le forme più particolari perché l’incontinenza emotiva invade le strutture viscerali, in maniera intensa ed incontrollabile. Sembra che l’impossibilità di elaborare la tensione sul piano psichico induca una riverberazione sul soma (forse per l’azione dell’ipotalamo), tanto forte da non poter essere controllata. Ma come si lega questa sintomatologia all’alterazione genetica? Sicuramente non si tratta di una alterazione anatomica perché l’intervento terapeutico (psicoterapia relazionale E.I.T.) riesce a far superare il problema e l’emotività torna ad essere modulabile e controllabile.

Anche nell’autismo le crisi emotive migliorano e spariscono con la terapia e nella sindrome di Joubert l’autocontrollo si instaura con lunghe ore di terapia relazionale e comportamentale.

 

§          Tornando al problema del soggetto, possiamo dunque dire che anche l’autistico ha le potenzialità (così come tutti i bambini affetti da disturbo dello sviluppo) di auto-identificarsi e di produrre la soggettivazione. È necessaria una terapia adeguata ed un programma riabilitativo capace di fargli ripercorrere tutti i passaggi obbligati per ricompattare le strutture difensive dell’Io e, soprattutto, di immetterlo in quella spirale affettivo-relazionale che fonda i suoi principi nello sviluppo della funzione del Nome del Padre. Bisogna che qualcuno cominci a credere nella sua diversità perché, come diceva Lacan, “… perché una parola sia valida è necessario che qualcuno creda in essa”.

§          La psicoanalisi si struttura come metodo senza ipotesi e si organizza sulla base del transfert e del linguaggio, per questo non può applicarsi nella cura dell’autismo, ciò nonostante la struttura teorica più nuova e innovativa della psicodinamica e della stessa psicoanalisi diventano essenziali per capire ciò che succede nei meandri della mente anche quando questa si sta sviluppando, si trova ancora nello stadio dell’organizzazione.

Proprio per questo abbiamo continuato a lavorare sulla base dell’osservazione clinica e teorizzando sugli elementi concreti della prassi; in questo modo l’enumerazione dei sintomi e le domande sull’eziopatogenesi perdono valore, ma è la terapia, il trattamento, il creare uno spazio-luogo dove il soggetto-autistico possa trovare o ri-trovare sue parti perché il suo terapeuta-Io-ausiliario le faccia proprie e lo possa aiutare a conquistare la sua crescita, il suo linguaggio, il suo futuro di persona libera, sociale e con pari opportunità come tutti i suoi coetanei.