S.A.S. e AUTISMO:
CLINICA DEL NUOVO E DEL
CAMBIAMENTO
Romeo Lucioni –
Alessandra Cova
Il modello terapeutico-riabilitativo per affrontare i
disturbi pervasivi dello sviluppo psico-mentale ha portato a confermare la
necessità di interventi multidisciplinari e strutturati sulle linee guida della
timologia (scienza dei valori) e di una metapsicologia che, nell’ordine
epistemologico, affronta le problematiche dell’evoluzione e dell’organizzazione
psico-mentale.
Nel “Centro per lo studio e la terapia dell’autismo”
si è organizzato un intervento sulla persona di tipo globale; vale a dire che:
a)
tiene conto delle
necessità di ricompattare le forze adattive dell’ Io attraverso il contenimento
emotivo, lo sviluppo affettivo, l’organizzazione dell’immaginario e la integrazione
cognitiva;
b)
si struttura su criteri
multidisciplinari (psichiatra, psicologo, educatore, terapista), per
l’attivazione di tre diversi interventi:
-
il terapeutico =
attraverso l’ E.I.T. (terapia di integrazione emotivo-affettiva)
-
il riabilitativo = con
la TyLA (Tymology Learning Approach)
-
la riabilitazione
equestre = organizzata sui principi della pet therapy e, più specificamente, su
quelli dell’Ippoterapia.
Questi interventi vengono periodicamente monitorati
attraverso specifiche checklist ed inoltre con il TINV (test di intelligenza
non verbale) che permette misurazioni delle potenzialità e delle attitudini
cgnitivo-deduttive.
Il lavoro terapeutico-riabilitativo è stato integrato
in una concezione ampia nella quale vengono sottolineate:
-
l’importanza della
spinta soggettiva verso l’integrazione personale e sociale;
-
la necessità di un
apprendimento attivo e positivo (molto lontana dal learning) sostenuto dal
desiderio di essere e di crescere, supportato da autostima e da
autosoddisfazione
che costituiscono il fulcro della S.A.S. (Self
Activating System) che ha come obiettivo la compattazione dell’ Io attraverso:
§
contenimento della
scarica emotiva e dell’emotività libera;
§
sviluppo della funzione
affettiva che comprende autostima ed autosoddisfazione (nel potersi relazionale
con gli oggetti e con le figure di riferimento), accettazione empatica del
feedback, senso di autorealizzazione nelle dinamiche della relazione e della
comunicazione, oltre che la valorizzazione dell’altro e del lavoro di gruppo;
§
organizzazione del sistema
immaginario che porta a considerare come proprie non solo le percezioni, ma
anche le immagini della mente prima del vaglio dell’analisi razionale;
§
delineazione di una
consapevolezza dei propri processi cognitivi che, basati sull’analisi e sulla
deduzione, organizzano il pensiero simbolico elaborato in modo autonomo
rispetto ai dati dell’esperienza concreta e di quella affettiva.
I principi guida della S.A.S. si rifanno, oltre che
alle esperienze terapeutiche condotte con disabili psichici, soprattutto alla clinica
del nuovo e del cambiamento che, prendendo lo spunto dagli studi sullo
sviluppo psico-mentale, tende a creare le condizioni favorevoli perché il
soggetto stesso trovi, attraverso la terapia e le pratiche riabilitative, le
strategie utili e necessarie per attivare le capacità auto-organizzative della
crescita.
Si tratta di portare il soggetto a poter supplire, partendo da acquisizioni proprie, alle funzioni disturbate, agli intoppi dello sviluppo affettivo-cognitivo e, soprattutto, alle inibizioni relazionali e sociali che avevano poderosamente contribuito alla disorganizzazione psichica.
A volte si tratta anche di permettere di rompere quella corazza inibitoria derivata dall’iper-protezione e dalle tendenze simbiotiche indiscriminanti che portano all’occultamento ed alla perdita della spontaneità.
Attraverso il contenimento delle emozioni, attivate
dal cambiamento che opera l’intervento terapeutico, il soggetto scopre varie
forme per modificare il proprio assetto psico-mentale e sufficientemente nuove,
per lui, per accedere alla traduzione e alla rilettura delle proprie valenze
utili per l’inserimento relazionale e sociale. Le emergenze situazionali, di
qualità nuove ed innovative, anche nella presenza di limiti e/o costrizioni,
fanno fluire un’organizzazione che, lontana dall’equilibrio paralizzante,
organizzano una rete aperta e complessa, fatta di soggettività -
vincoli-cultura nella quale il conscio e l’inconscio attivano una presa di
coscienza nuova ed una soggettività volta all’identificazione e
all’auto-soddisfazione.
Le dinamiche transferali e controtransferali attivate
dall’incontro intersoggettivo diventano l’espressione utile per l’acquisizione
delle forze vitali e di auto-attivazione che portano al processo di auto-organizzazione.
Può paradossalmente accadere che, attraverso il confronto con se stesso e con
gli altri, il soggetto sia costretto ad ammettere di essere
capace. Per quanto possa sembrare assurdo, a volte capita che ammettere la
propria efficacia, il proprio valore, generi una visibile sofferenza: una
sofferenza tanto intima, profonda e reale da far sgorgare una lacrima, piccola,
solitaria. La lacrima racconta che quando un bimbo finalmente accetta di dirsi
“bravo” al contempo distrugge l’involucro che si era costruito e che l’ aveva
protetto tutta la vita: “se so di essere buono a nulla, nessuno si aspetterà
mai niente da me e non dovrò mai soffrire del mio fallimento”. Ma come la
crisalide che rompe la sua armatura di seta, così a questo punto la personalità
si dischiude, più vulnerabile e tremante che mai, senza più poter rinnegare la
realtà di quelle ali, che, ormai nate, il soggetto imparerà ad aprire per
volare.
Prendendo spunto dalle osservazioni di Silvia Corbella e di Carlo Zucca Alessandrelli consideriamo che la funzione mente risponde a un processo collettivo che, nel suo contenuto misterico, si costituisce attorno ad una trasposizione o discorso mitologico.
In questo ordine di idee, non c’è come l’ippoterapia per rappresentare sia il mito, che il gruppo, che il linguaggio. Tutto ciò fa pensare a quanto spiegato da Diego Napolitani (1978) sulle anime collettive e sulle matrici culturali, proprio nel senso per il quale ogni componente della triade (terpista-bambino-cavallo) apportano un racconto che è ricco di sogno e che si fa mito nel quale si compie un itinerario personale.
In questo intreccio si giustifica, dunque, il senso di “mente frutto del collettivo” che si trasfonde nel personale come matrici culturali e, di conseguenza, come anime collettive rappresentate dai pezzi di memoria, dai vissuti, dal vedersi, dalle realtà-sogno, che vanno a costituire il senso compiuto del pensiero affettivo.
Giorgio Landoni ci aiuta a spiegare questi meccanismi fondati su “suggestioni” che esercitano una forte “persuasività” sull’ Io che, confondendo le sue “matrici” con il sogno, in-corpora e dà vita a tutto ciò che gli altri hanno sognato per lui (sogno dei genitori; desiderio del terapeuta).
Le esperienze dei nostri piccoli pazienti riempiono di realtà le espressioni teoriche, dando un preciso contenuto rappresentativo e di racconto alla lacrima di Iacopo, all’angoscia del disarcionato Matteo, all’afferrare la criniera dell’impacciato Alessandro, all’impettirsi di Rossana, allo sguardo interrogativo di Andrea.
Si può capire come le esperienze diventano vere “appartenenze” così come i linguaggi si fanno transfert ed i vincoli –che nell’ippoterapia sono sia matriarcali che patriarcali- vanno a costituire quel “discorso”, fatto di spazio e di tempo, fortemente innovativo, ma che è destinato a “… ricomporre la trama e l’orizzonte della vita del soggetto”.
Questo mescolarsi e trasformarsi di realtà, vissuto e mito, unisce il sogno al sognante ed il soggetto emerge dall’esperienza ricco di vincoli, di discorsi e “senso storico” cioè come trasmissione di “rappresentazioni mentali”, di linguaggio e di pensiero simbolico.
Questa “neopoiesi” si articola e si struttura nel mito –rappresentato concretamente (pensiero concreto) dal cavallo- e, proprio per questo, Matteo viene alla seduta portandosi i “suoi mostri” (che poi abbandonerà non appena il suo senso di Sé sarà sufficientemente forte) e Iacopo vive se stesso nella cavalla che, come lui, è irriverente, capricciosa, oppositiva e… testarda.
Il legame cavallo-sogno-mito-Sé è così pregnante nella riabilitazione equestre che può veramente essere considerato come fondamento della tecnica e mezzo sfruttabile dal terapeuta per creare i presupposti di una terapia integrata e la possibilità di avviare al discorso e alla crescita.
Anche nell’ E.I.T. sono forti le componenti mitiche e tradizionalistiche: il saluto “ampolloso ed emotivamente carico”, l’uso dei veli, la rappresentatività dei bastoni e dei cuscini, sono tutti elementi capaci di ricreare uno stato particolare nel quale il soggetto lascia il “vecchio-Io” per assumere una “pelle psichica” nuova che, per la sua momentanea permeabilità, permette il trasfondersi di elementi personali e Io-idealici che organizzano una ermeneutica ed una epistemologia della relazione.
Nell’induzione neopoietica, insita nella S.A.S. (sia nei suoi contenuti terapeutici che riabilitativi), la “sofferenza” legata alla trasformazione (angoscia di perdita e angoscia verso l’ignoto) spinge il soggetto a reagire e a difendersi, ma in questa dialettica le tensioni diventano sociali, quindi affettive e strutturano quella base indispensabile per la crescita verso il simbolico, superando il pensiero concreto e quello affettivo.
Questa trasformazione del pensiero e dell’idea dà ragione a Fairbain quando afferma che “la pulsione non cerca la soddisfazione, bensì l’oggetto”. Nella “relazione terapeutica” si organizza la coscienza di Sé che, frutto sempre di un processo di sincretismo diadico, porta alla costituzione del senso del reale sostenuto da una verità che è ugualmente sempre iscritta nell’occhi dell’Altro.
Lo stat6o sognante, che lega il mito, la tradizione, la ritualità e la memoria, permette la nascita di simboli che, nella relazione, diventano “gli oggetti” che possono essere idea-lizzati, ma anche introiettati come “identificazione”.
Se torniamo “all’ansia neopoietica”, possiamo capire come il bambino che, in un dato momento aveva pianto nel rifiutare l’imposizione formativa del terapeuta, alla fine lo abbraccia, lo bacia e … ritorna a lui sorridente e correndo in occasione della prossima seduta che è frutto di una memoria: essersi portato via parti di sé e dell’Altro legate in una “relazione-rivoluzione che è non solo cambiamento, ma anche “volontà di essere”.
In questo lavoro si “sogno-relazione” (che unisce mito e realtà) troviamo un continuo fluire dal reale – all’affettivo – al simbolico, in un reinventare che, come ermeneutica, porta alla “verità” e, quindi, all’autocoscienza ed all’appartenenza.
Questa “elaborazione” non sarebbe possibile in un setting strutturato sul linguaggio parlato e, quindi, si fa evidente l’importanza dell’uso del corpo nel modello terapeutico-riabilitativo. È proprio nel corpo che il soggetto si esprime, si descrive, si racconta e … si sogna. In questa esperienza limite e di confine, il soggetto trova una singolarità ed una gruppalità, strutturando quel senso di mente sociale che unisce il manifesto ed il latente, il concreto ed il simbolico, ma, in ultima analisi, una appartenenza che personalizza e si singolarizza dandogli un nome ed un cognome. In questo caso, l’esperienza relazionale e terapeutica non porta a separazione, ma ad individualizzazione proprio perché, superando la simbiosi, immette nella dinamica del Nome del Padre che induce Senso di Sé, di creatività, di accettazione e, quindi, di superamento delle angosce di castrazione ed abbandoniche.
Tra i principi teorico-operativi che sottendono alla S.A.S. non bisogna dimenticare quelli emergenti dall’analisi e dal lavoro di coordinazione esercitato con le famiglie. Proprio per questo approccio si evidenzia che l’inquadramento terapeutico si è andato adattando e modificando sia con traformazioni teoriche, spesso legate ai cambiamenti del mondo sociale, sia attraverso nuovi paradigmi di pensiero riguardanti:
a) la filosofia e la cultura;
b) l’acquisizione dei contenuti culturali della complessità.
Nella S.A.S. risulta fondamentale stabilire i “modelli terapeutico-riabilitativi” che stanno dietro alla prassi e a cui danno significato, stabilendone anche l’adeguatezza per il raggiungimento degli obiettivi.
Questa struttura operativa si basa sulle concezioni della plasticità cerebrale e, soprattutto, sull’ipotesi centrale ed ottimistica della “Teoria della Modificabilità Strutturale” (TMCS) di Reuven Feuerstein, per la quale ogni essere umano è modellabile nella sua struttura psico-mentale.
Le possibilità di cambiamento sottendono ad una adattabilità che risponde globalmente sia agli stimoli interni ed esterni, sia alla stessa cambiante organizzazione della mente e dei processi emotivo-affettivo-relazionali. Oltre a questo, è evidente che può essere riconosciuta anche una “capacità di apprendere” che, di conseguenza, risponde al principio di modificabilità e di malleabilità.
La teoria di R. Feuerstein, oltre a proporre una concezione olistica e dinamica della persona, permette di superare l’idea di una “intelligenza statica” e, quindi, di una organizzazione educativo-formativa carica di limiti insuperabili. La TMCS apre la via a ulteriori considerazioni che giustificano e valorizzano l’idea del cambiamento che può essere mosso e organizzato non sulla base di processi legati alla teoria dello stimolo-risposta, ma su quella dell’organizzazione che, fondata sugli effetti della relazione, riconosce la centralità della struttura affettiva che permette l’apertura al sociale e che dà priorità al “sistema rappresentazionale condiviso”, alla logica della funzione sociale del linguaggio e dell’apprendimento.
Un altro tema di pregnante importanza riguarda le possibilità di
ottenere non solo
miglioramenti funzionali, ma anche di raggiungere il ripristino
totale delle qualità
psichiche (relazionali e sociali) e mentali (capacità
cognitivo-razionali).
Seguendo la idea del "paradosso" di Oliver Sacks
(esposte nel suo "Un antropologo su Marte") dovremmo pensare che
l'autistico, nel suo stato di "...deficit funzionale", deve essere in
grado di strutturare, autonomamente e automaticamente, un "sistema
vicariante" perché "... le persone adattano e ricostruiscono se
stessi quando vengono posti di fronte alle sfide ed alle vicissitudini della
vita".
Se nell'autistico questo non avviene dovrebbe voler dire che siamo
di fronte a un funzionamento che non produce uno stress o un trauma nel
soggetto che, al contrario, si trova del tutto ...adattato, a suo agio, in
condizione di state stade.
Sacks dice ". ..è il paradosso della malattia. ..del suo
potenziale creativo. .." che spinge il sistema nervoso centrale ad aprire
nuove strade e ad escogitare nuovi modi di crescita inaspettati...".
Anche Vygotskij sosteneva che "... i bambini deficitari
raggiungono uno sviluppo adeguato in un altro modo, per un'altra via ...".
E possiamo anche aggiungere che non si dovrebbe parlare di "disturbo
pervasivo della funzione cerebrale" perché si tratterebbe di una forma
capace di disarticolare anche le funzioni cognitive che, invece, sono
preservate nell 'Asperger .
La chiave di questa "peculiarità" è "... la legge
della trasformazione del "meno" del deficit nel "più" della
compensazione".
Questa idea, sostenuta da Laurija, porta alla concezione del
cervello come "... sistema ad attivo sommamente efficiente, dinamico e
attivo, equipaggiato per l'evoluzione ed il cambiamento ...".
La staordinaria plasticità di cui è dotato il nostro
cervello gli permette di superare deficit straordinari ed anche disperati,
handicap neuronali e sensoriali che sembrerebbero incorreggibili.
Per capire dunque ciò che succede nel caso dell'autismo, bisogna
attuare una speciale "... esplorazione del se", attivare un approccio
interdisciplinario, passando, come scrive Foucault, "... all'interno della
coscienza malata ... utilizzando gli stessi occhi del paziente". È
veramente grandiosa l'intenzione di Sacks quando dice che è inutile guardare la
mente in modo imparziale e rigido (è inumano e inabile), il segreto è proprio
l'opposto ...bisogna saper penetrare, accostarsi alla sua mente, ai suoi
vissuti più reconditi e nascosti, non per "studiarli", ma per
..."condividerli".
Oliver Sacks vede un "continuum clinico sintomatologico"
che va dall'autismo tipo
Kanner a quello di Asperger e, in questo modo, ci aiuta a
comprendere l'intimo meccanismo psicogeno che sottende al disturbo pervasivo.
Il soggetto Asperger dimostra un chiarissimo "atteggiamento" che può
essere facilmente inteso come "scelta esistenziale". In questo caso,
la chiusura o il suo "mantenersi in un mondo proprio" non è una
"inesorabile condanna", ma, al contrario, la precisa scelta di una
"... persona furba" che, in questo modo, evita di mescolarsi con gli
altri umani svalorizzati e schiavizzati da modelli esistenziali perniciosi.
Per l’organizzazione del programma terapeutico-riabilitativo,
riguarda la predominanza dell’autismo nei bambini maschi in rapporto, come
riportato da tutte le statistiche, da 4 a 1 nei confronti delle femmine. Abbiamo
ripetutamente affrontato questo tema, soprattutto nella discussione di quella
particolare osservazione chiamata “Forclusione del Nome del Padre” che,
per altro, invita a consiserazioni (forse ancora poco studiate) sulle pratiche
riabilitiative: l’uso del “No” e l’impostazione del lavoro educativo-formativo
sulla base della “… introduzione nell’ambito della legge”.
Anche Simon Baron-Cohen (The Essential Difference) ha affrontato
il tema risolvendolo con argomentazioni biologico-strutturali (predominanza
dell’emisfero sinistro) fondate su considerazioni riduttive, da un lato e tizioristiche dall’altro, che
nulla apportano, invece, al vero tema che è quello di come impostare
l’intervento riabilitativo.
Abbiamo legato la “forclusione del N.d.P” alle espressioni
fenomenologiche dei bambin autistici (di Kanner, ipercinetici, di tipo
Asperger), riconoscendo l’importanza di porre l’accento non solo sui sintomi
negativi (centrati sul ritiro e sull’isolamento), ma anche su quelli positivi
che si centrano su:
§
egocentrismo
(tendenza a svalorizzare e a prevaricare la figura dell’Altro);
§
senso di
onnipotenza (adesività ad un Super-Io arcaico e onnipotente).
Questi atteggiamenti psichici portano entrambi al rifiuto attivo
ed al ritiro, non per uno “svuotamento psichico” (come succede nella psicosi
schizofrenica), ma per il prevalere si sensi profondi di inadeguatezza
(ipercinesia, Asperger) e/o di “terrore nel fare” (autismo di Kanner) che si
riallacciano ai sentimenti pantoclastici primitivi, messi in evidenza da Melanie
Klein, …. Mahler, Armida Aberastury.
Liliana Ranieri sostiene che „... il soggetto può parlare di se stesso solo se c’è una produzione di linguaggio.” Si dice, per altro, che il soggetto autistico non possiede queste “condizioni”, ma forse bisognerebbe chiarire che, in realtà, questa funzione esiste in potenza.
Bastano pochi mesi di terapia (E.I.T.) perché il bambino cominci a trasmettere notizie su di sé, sulle proprie scelte, sui desideri e le difficoltà che sta sperimentando. Seppure non riescano a parlare, si evidenzia come si vada disgregando la sua opposizione che investe anche la scelta di non comunicare.
In altri lavori, si è sottolineato come la comunicazione nell’autistico non si possa considerare tale se si limita a far sapere per esempio sul rifiuto di accettare la vicinanza dell’ altro.
Con l’aiuto di Liliana Ranieri possiamo ora riconoscere che l’autistico non vuole comunicare perché non vuole far sapere quali siano i suoi … sentimenti che, forse, anche per lui sono poco chiari.
L’intervento terapeutico porta a sciogliere questa barriera di chiusura e comincia a trasmettere notizie su di sé.
Si passa da:
- Io non voglio …
- Stai lontano … ecc.
a dare forma a sentimenti (parziali?) che si manifestano con:
- sguardi lanciati di sottecchi;
- risposte, da lontano, a sguardi che gli vengono riferiti con insistenza;
- brevi accenni a compiere gli ordini (per esempio camminare e seguire il terapeuta se tenuto per mano, ecc.).
Programmare il lavoro nell’ambito della S.A.S. significa, prima di tutto, tenere conto delle osservazioni e delle valutazioni dei risultati, ma, soprattutto, predisporre che queste siano continuative perché i cambiamenti sono molto rapidi ed importanti, tanto da richiedere costanti adeguamenti delle programmazioni ed anche degli obiettivi.
Il maggior problema da affrontare è quello della propensione a non fare che, come atteggiamento controfobico, ha il significato di difesa dalle angosce: ricordiamo che l’oggetto fobico è il desiderio di assumere il proprio destini, di sviluppare la propria volontà e decisionalità. Agire è come distruggere il mondo per cui vengono messi in atto atteggiamenti difensivi (ripetizioni, ecolalie, manierismi, ecc.) che conducono all’immobilità … fare per non fare.
Quando parliamo di S.A.S. e, di conseguenza, di un approccio multidisciplinare ci troviamo a dover dirimere questo concetto proprio perché si rischia di cadere in un ambito di ecclettismo vetero-culturale o in una velleitaria intenzione integrativa, non sostenuta da un preciso inquadramento teorico.
Mettere insieme una terapia strutturata su basi dinamico-psicoterapeutiche e aperta al linguaggio del corpo, con interventi a finalità riabilitativa, sembrerebbe di far perdere all’insieme un rigore scientifico che, al contrario, proprio perché ci troviamo a parlare della più grave e difficile questione della paidopsichiatria, l’autismo, nessuno può eticamente permettersi di proporre qualcosa che non sia ineccepibile sul piano teorico, nella organizzazione pratica e nella dimensione etica e morale.