OBBLIGARE UN PAZIENTE
Romeo Lucioni –
Barbara Tormen
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È fare abuso obbligare un paziente a fare quello che vuoi sapendo che questo è l'unico modo per farlo uscire dalla sua patologia?
Direi che questa è la tipica domanda da un milione di dollari!
Mi è molto difficile trovare una risposta perché potrei propendere per un si o per un no a seconda della motivazione che di volta in volta porto ad avvalorare la mia tesi.
Un giorno qualcuno disse "Il fine giustifica i mezzi" (Macchiavelli); ma fino a che punto si può concordare con tale affermazione? Lo si può fare quando si ritiene che lo scopo che si vuole raggiungere è giusto. Ma giusto o sbagliato sono concetti del tutto relativi, a seconda dello spazio e del tempo in cui si sviluppano. Quindi ancora, che dire del quesito sopra citato?
Lo psicoterapeuta che si trova davanti un soggetto affetto da psicopatologia si forma mentalmente un quadro del problema del proprio paziente e dei metodi che si possono utilizzare per "guarirla". Molte volte, egli, può procedere per tentativi, poiché non vi è nulla di certo che porti a una sicura guarigione; tanto più nella psicologia, una scienza che è una scienza empirica.
lo quindi credo che per quanto un terapeuta sia convinto di poter ottenere un risultato, questo non è un evento certo ed inconfutabile, e quindi obbligare un paziente a fare o non fare qualcosa potrebbe non portare ai risultati sperarti. A quel punto forse si sarebbe fatto più male che bene e forse si sarebbe compromesso anche il rapporto con il paziente. Obbligare qualcuno a fare qualcosa contro la propria volontà non mi sembra un comportamento corretto e, quindi, si, lo considero abuso.
Rispondendo a questa domanda mi sono riferita ad azioni di una certa importanza. Ma ora mi sorge un grosso dubbio: "obbligando" i nostri bambini del centro a fare, per esempio, un percorso che loro non vogliono fare o che si rifiutano di eseguire noi stiamo abusando di loro? Secondo la mia teoria si. Ma allora?
Adesso non so più dove porre il confine tra non abusare e abusare di una persona.
Forse più che dare una risposta a una domanda ne ho poste altre mille.
Un saluto. Barbara
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Il tema che affronta Barbara Tormen è tanto importante quanto difficile da indagare poiché tocca i rapporti conflittuali tra libertà e società, individualismo e diritto, tra eticità e organizzazione pragmatico-utilitarista.
Se consideriamo la questione dei modelli educativi in rapporto con lo sviluppo normale (o quasi) del bambino quasi ci troviamo a sorvolare sulle problematiche che ne derivano proprio perché la rapidità dei cambiamenti scioglie di per sé i nodi teorici.
Quando invece, dobbiamo tenere in conto le dinamiche che intervengono nella disabilità e/o nell’handicap il discorso è totalmente diverso.
§ Lo iato che si crea tra situazione reale e prospettive di sviluppo porta inevitabilmente a dover strutturare:
- da un lato, le aspettative del disabile;
- dall’altro, il disegno programmatico tracciato dagli educatori su un terreno, però, dove le conoscenze sono ancora limitate.
§ Affrontare la terapia-riabilitaszione (o addirittura l’abilitazione) di soggetti portatori di handicap psichico, porta a dover dirimere subito la questione del soggetto e, quindi, i limiti raggiungibili per il recupero. La domanda verte su:
- é l’ambito che deve adattarsi al disabile;
- è, al contrario, l’intervento che deve portare il disabile a inserirsi in un ambiente per lui ostile o,comunque, ogni giorno più difficile e complesso, quando non proprio conflittivo.
§ Palando con i genitori ci troviamo a dover dare una valutazione e, quindi, rispondere a richieste contrastanti:
- ci sono persone che chiedono per i loro figli una stuoia (angolo di sicurezza) stesa in ogni luogo possibile, dove il bambino possa isolarsi tranquillamente e starsene a guardare fuori dalla finestra;
- ci sono altri che non accettano una soluzione riduttiva e chiedono l’imposizione delle regole e, soprattutto, … non cedere alle difficoltà, imporre i cambiamenti (per il bene del bambino).
Queste considerazioni hanno diviso anche gli specialisti tra i quali alcuni definiscono abuso cercare di rompere l’isolamento, di imporre una nuova legge scritta sui parametri di una determinata società, fare accettare tempi, luoghi e modalità.
La discussione si ripete anche sui limiti raggiungibili che, spessissimo, sono ritenuti nulli e/o molto lontani dalla normalità.
L’applicazione della S.A.S. (E.I.T. + TyLA + Ippoterapia) ha portato a raggiungere risultati veramente insperati anche perché molte volte si è potuto rivedere la diagnosi e, quindi, si sono attivate metodiche centrata sui bisogni del soggetto.
Questi risultati hanno anche indotto cambiamenti importanti degli obiettivi dei genitori di fronte a figli in gran parte recuperati, anche se si sono dovute accettare strategie globali con la conseguente necessità di un inserimento sociale: pratiche sportive di gruppo, gite e vacanze con tutta la famiglia, riunioni con parenti ed amici in un ambito di incontri allargati, inserimento nella scuola dell’obbligo ed anche superiore, dopo aver raggiunto i pre-requisiti necessari per lavorare sulle aree della formazione oltre a quelle dell’apprendimento e della educazione.
Non mi sembra giusto prendere come esempio Macchivelli (“il fine giustifica i mezzi”), ma spesso, nel setting terapeutico, ci troviamo di fronte a veri e propri atteggiamenti oppositivi che impediscono il recupero e l’acquisizione di modalità adeguate.
Basandoci su una esperienza ormai quasi ventennale, ripetiamo ai genitori che la terapia va iniziata molto presto, il prima possibile, proprio perché se si necessitano tre-quatro anni per raggiungere buoni risultati è evidente che il limite fatidica dei 9-10 anni si raggiunge troppo in fretta. E questo limite, se da un lato implica il chiudersi della finestra della plasticità cerebrale (Levi Montalcini), per altro riguarda un limite fisico: quando ti trovi davanti un ragazzone più forte di te, come farai a imporre il tuo punto di vista? La tua legge va contro la sua indisposizione al cambiamento e alla sua strenua opposizione.
Il tema poi del curare e della guarigione è sicuramente spinoso, ma aderiamo a Lacan quando dice che l’analista che vuole curare, solamente agisce il suo delirio di onnipotenza.
Non si tratta di imporsi l’obiettivo della cura, ma quello della qualità del programma e/o dell’intervento. Una terapia è di qualità non in base ai risultati, ma quando è modulata sul metodo, sulla programmazione che, eseguita da professionisti preparati e con formazione aggiornata, segue le linee guida tracciate e validate da lunghi anni di esperienza.
La psicologia, la psicoterapia, la psicoanalisi, la psicodinamica e, aggiungiamo, la timologia non sono scienze empiriche, anche se riconoscono l’unicità del paziente e, quindi, la traccia personalistica dell’intervento. Il costrutto epistemologico (gli psicoanalisti classici rifiutano di essere chiamati epistemologi) è la base teorico-clinica e la piattaforma è validata dall’esperienza. Entrambe permettono di affrontare il tema della terapia e della riabilitazione dei disturbi dello sviluppo con certezze, con sicurezza e con una chiarezza scientifico-professionale che ci permettono di definire il nostro intervento soprattutto etico, anche quando siamo costretti ad imporci, quando rifiutiamo la violenza della malattia, l’ottusità oppositiva del soggetto. In ogni modo, non stiamo abusando di lui, anche perché (è il frutto quotidiano dell’esperienza) i nostri bambini ci riconoscono come amici, come fonte d’amore e sempre ci raggiungono nel setting con entusiasmo, con un sorriso e con un bacio!
Cara Barbara, non è stato così anche con il nostro turbolento G.?