COS’È L’ E.I.T.

 

Romeo Lucioni, Ida Basso, Loredana Reddavide

 

 

 

Romeo Lucioni psichiatra e psicoterapeuta ha ideato l’E.I.T. – terapia di integrazione emotivo-affettiva – strutturandola come tecnica psico-terapeutica basata sui fondamenti della psicodinamica e della psicoanalisi, utilizzando anche le basi teorico-pratiche dello psicodramma (Moreno), della psicodanza (Rojas Bermudez), dell’eutonia, della terapia senso-motoria e del Tai-chi-chuan.

Tutte queste applicazioni pratiche si sono aggiunte, senza dubbio, all’osservazione-interpretazione psicodinamica e si sono arricchite dell’esperienza psicoterapeutica individuale e di gruppo così che il significato di integrazione usato nell’ E.I.T. deriva dalla struttura concettuale fondata sulla psicologia dell’ Io posta come cardine o punto focale di partenza (l’analisi) e di arrivo (il dimensionamento psicologico del soggetto nelle sue dinamiche consce ed inconsce).

 

Il modello terapeutico si compone di diversi momenti che corrispondono ad altrettante aree di strutturazione personologica e si riferiscono a:

 

·        integrazione senso-motoria: che sviluppa le funzioni sensoriali e percettive mettendole in relazione con le capacità motorie semplici e complesse, oltre che con lo schema corporeo inteso come Sé e come Sé nello spazio;

·        integrazione emotivo-espressiva: che concerne la capacità di modulare le proprie emozioni e di esprimerle con il corpo, la postura, gli atteggiamenti, la motricità;

·        integrazione emotivo-affettiva: rappresentata dalle possibilità di mettere in relazione emozioni e sentimenti, cioè di comunicare sensazioni intime all’Altro che ci sta osservando e che ci accompagna;

·        integrazione affettivo-relazionale: si tratta di acquisire la capacità di tenere conto del feedback relazionale e valorizzare l’esperienza dell’Altro;

·        integrazione cognitiva: che interessa lo sviluppo delle capacità cognitivo-intellettive, considerando anche l’ambiente, le relazioni e le risposte emotive.

 

Il paradigma dell’E.I.T. consiste nel compattare e ristrutturare le funzioni emotive, affettive e cognitive che sono la base del funzionamento adattivo-volitivo dell’ IO.

Ricostruire il senso di sé, l’autovalorizzazione e l’autosoddisfazione significa produrre un cambiamento della visione del Sé di fronte a se stesso, alla famiglia ed al mondo e permettere di costruire una metafora percettiva semplice, ma pregnante e significativa: IO POSSO.

 

Da questo si evince come il processo di “crescita” non può basarsi su una programmazione di insegnamento (teaching), ma, fondamentalmente, su un apprendimento (learning) che risulta autoapprendimento nella misura in cui si delinea come spinta soggettiva e come volontà di rispettare e credere nelle proprie potenzialità.

Proprio per questo l’ E.I.T. permette di superare tentennamenti e blocchi psico-mentali che si sono strutturati come reazioni “inevitabili” a:

-         frustrazioni

-         colpevolizzazioni (depressione)

-         ansie ingiustificate

-         paura di sbagliare

-         angoscia di fronte ai rifiuti

-         sensi di inadeguatezza

-         ricordi di traumi infantili

-         sensazione di non poter controllare le proprie emozioni ed i sentimenti più profondi.

 

L’ E.I.T. è stata studiata da Romeo Lucioni sulle basi della TIMOLOGIA, scienza degli affetti, basata sugli studi sull’intelligenza affettiva che organizza lo psichismo dell’uomo, controllando ed amalgamando le funzione dell’intelligenza emotiva a quelle dell’intelligenza cognitiva o razionalità.

Il mondo degli affetti è il mondo dei valori che, partendo dal valore del sé come Io-ideale può strutturare il valore dell’Altro , quindi, la valorizzazione dell’Altro come Altro da salvare.

 

Tale visione poetica della vita diventa un fondamento vitalizzante che stimola l’attenzione, la memoria, la motivazione, la volontà, il desiderio ed il piacere.

In questo l’ E.I.T. si legge come intervento globale e globalizzante capace di:

·        strutturare il senso di sé su basi di auto-valorizzazione ed auto-soddisfazione;

·        sviluppare l’intelligenza affettiva e l’Io-ideale;

·        togliere le barriere che impediscono lo sviluppo psico-mentale (affettivo e cognitivo);

·        aprire le porte alle potenzialità cognitive;

·        eliminare l’ansia ed il panico generati dalla consapevolezza delle difficoltà concrete che devono essere affrontate;

·        strutturare la volontà;

·        programmare il proprio destino non come incombente responsabilità, ma come felicità per aver raggiunto i propri obiettivi e strutturato la personalità;

·        creare nell’inconscio un modello che si fonda sulla autocoscienza racchiusa nelle lettere scolpite nella mente: IO POSSO.

 

Da questo si comprende come l’ E.I.T. possa essere considerata una scienza (fondata su una struttura teorica psico-neuro-biologica ed una prassi organizzata su interventi codificati) che si occupa del RECUPERO e della RIABILITAZIONE.

In questi termini riassume il suo aspetto di intervento globale sulla persona nella quale vengono considerati aspetti funzionali motori, emotivi, affettivi e cognitivi e, come modello riabilitativo, tiene conto di disfunzioni, di disorganizzazioni, di disabilità.

Ponendo il suo interesse nell’uomo, in una dimensione olistica, l’ E.I.T. non considera malattie, diagnosi e neppure cure, poiché il suo compito non è quello tradizionale di guarire, bensì di ripristinare funzioni in disuso (motorie e/o psichiche) e di riorganizzarle in una inter-relazione armonica che definiamo integrata.

Possiamo anche affermare che l’ E.I.T. non mira solo all’ autosufficienza, come altre scienze della riabilitazione, ma tende a riattivare l’ autonomia, motoria e psichica, l’espressione di un funzionamento efficace dell’autovalorizzazione, di una valida coscienza di sé, di una struttura ioica integrata.

Se la malattia e la menomazione si riferiscono ad anormalità del funzionamento (per distinti motivi) di un organo o di un sistema, l’ E.I.T. si riferisce al ripristino non di una funzione, ma dell’armonico interagire tra funzioni psico-neuro-biologiche che interessano capacità intellettive (memoria, pensiero, creatività, volontà), psicologiche (percezione, attenzione, emotività, affettività), comportamentali, relazionali e sociali. In altre parole, la disabilità, affrontata dall’ E.I.T., non riguarda una specifica funzione, ma il soggetto nel suo insieme, nella sua dimensione olistica disorganizzata da errate interazioni tra sistemi biologici, psico-affettivi e psico-intellettivi.

In questa ottica l’ equilibrio da raggiungere è un VALORE SUPREMO, una virtù che ri-unisce in sè parti intellettive (cognitive), parti creative (emotive) e parti affettive (legate al desiderio ed al piacere auto ed etero-riferito). Le capacità di pensare, di creare e di godere sono, in fondo, quelle funzioni che l’ E.I.T. tende a ripristinare, rinforzare ed integrare in una dimensione che possiamo definire "poetica" e che dà senso alla vita.

La "poetica della vita" è un aspetto ecologico che è "rispetto della natura" che diventa "rispetto della natura umana" composta di corpo, pensiero, emozioni ed affetti.

 

E.I.T. come TERAPIA

Quando presentiamo l’ E.I.T. come un intervento terapeutico, ci riferiamo ad una precisa "cultura terapeutica" che è sottesa da una posizione teorica fondata sui principi della psicologia dell’ Io, ad una prassi codificata e ad una attenta valutazione dei risultati .

Per altro lato, la "nostra cultura terapeutica" dà una totale preminenza ad una concezione univoca e globale dell’uomo per la quale ci poniamo di fronte ad un individuo che soffre e che ha dei problemi. In questo modo il nostro intervento risponde ai parametri di una "scienza antropologica" che, al di là dei dettami clinici, propone un "incontro interpersonale", capace di cogliere le modulazioni esistenziali, le contrapposizioni, gli smacchi ed i successi.

l’ E.I.T. dunque si basa su :

·        lavoro di gruppo

·        uso della musica

·        utilizzo del movimento e della danza

·        impiego di oggetti simbolici e/o transizionali

·        ricostruzione di situazioni relazionali simboliche

con un continuo controllo ed una attenta interpretazione dei vissuti letti come espressioni fenomenologiche di processi psicodinamici espliciti e/o impliciti e profondi.

 

Nell’ E.I.T. il processo terapeutico è innovativo in quanto:

-           pone il soggetto al centro dell’intervento;

-           valorizza le potenzialità, oltre che le capacità individuali;

-           mira ad una visione globale del “sistema” che è individuato nella relazione;

-           tende alla riabilitazione, più che alla cura, proponendo come obiettivo il reinserimento sociale e, in questo, la vera qualità della vita;

-           è strutturato su principi e metodi multidisciplinari, oltre che su basi teoriche che derivano dalla prassi (e non che la generano);

 

cerca un miglioramento continuo perché:

-           è strutturata sulla persona, sulle sue caratteristiche anatomo-funzionali, ma anche emotivo-affettive, oltre che comportamentali;

-           tiene conto delle trasformazioni che si instaurano nella relazione in base all’analisi del transfert;

-           si organizza in una globalità, cioè tenendo conto degli aspetti motori, emotivi, affettivi, cognitivi, comportamentali e di apprendimento, considerati in continua integrazione ed in reciproca interazione.

Si auto-regola sulla base dei risultati che vengono monitorati attraverso scale studiate ed organizzate ad hoc.

 

Questo approccio "globale" diventa quindi un "percorso" costituito da parti biologiche, psicodinamiche, cognitive, sociali e culturali, ma nel quale si tiene conto della singolarità e della coesistenza, così che l’incontro con l’altro è sempre un "entre-deux" che, quindi, presuppone anche il coinvolgimento dei terapeuti.

Le "sedute" si trasformano così in "esperienze condivise" ed è proprio questo aspetto che dà significato terapeutico al lavoro finalizzato all’integrazione della personalità, attraverso una "potenza esistenziale delle nostre intuizioni di similarità" (come dicono A. Ballerini e B. Callieri) ed una pregnante ed antropologicamente valida "condivisione". Tale concezione della "funzione terapeutica" si concretizza nel bisogno di empatia, in un atteggiamento di tolleranza e di accettazione, in rassicurazioni oblative e supportive, in contenimento con finalità di incitamento e, soprattutto, in impegno e "presenza" che strutturano un modello ed un "oggetto desiderabile".

 



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