ALZHEIMER
E COSCIENZA
Romeo Lucioni
Il
primo approccio ad un malato di Alzheimer pone sempre il dubbio se ci troviamo
di fronte ad un indementimento consono ad un livello di invecchiamento più o
meno legato all’età cronologica, oppure ai primi segni di quello che può essere
tipico di un quadro di disorganizzazione dell’apparato psichico.
È
così che si può constatare come insieme alla depressione, alla regressione ed
al disorientamento, il paziente dimostri uno stato di grande debolezza psichica
con perdita di senso di realtà, di incapacità di fissare la psiche al corpo.
Nella
descrizione clinica dell’Alzheimer si è sempre messo in risalto il deficit
dell’attenzione e della memoria che indubbiamente sono importanti soprattutto
per le reazioni di tipo depressivo ed anche interpretativo-delirante a cui
seguono anomalie comportamentali.
Si
può evidenziare anche una situazione che però assume un valore determinante: la solitudine.
Possiamo
parlare di solitudine esterna, che
accompagna la perdita della compagnia di amici e parenti, ma ben più grave è la
solitudine interna, legata al non
potersi più riconoscere, a non ritrovarsi più e non sentirsi più circondati
dall’ambiente e dalle persone che riempiono e caratterizzano la quotidianità.
Queste
problematiche che riguardano le connessioni logiche con gli oggetti dipendono
dalla perdita dell’identità e dell’auto-identità e inducono un desiderio di
ripristinare una situazione affettiva che si vive come perduta e che veicola il
senso di solitudine, l’angoscia ed il sentimento depressivo di aver subito una
perdita irreparabile, di non avere più ciò che dà “senso alla vita”.
Il
tema dell’auto-identificazione o, se si vuole, dell’identità è ancora poco
studiato, ma si pone in primo piano ogni qual volta si parli delle funzioni
dell’ IO.
FUNZIONI DELL’ IO
Þ A - FUNZIONI AUTONOME PRIMARIE o DI COSCIENZA
(libere da conflitti) che si evidenziano come aspetti adattivi (non sono
aspetti difensivi) che servono ad acquistare la “costanza dell’oggetto”:
percezione
rappresentazione
attenzione
memoria
. auto-riconoscimento
coscienza
di sé . auto-identificazione (nel rapporto sociale)
. auto-soddisfazione
. auto-valorizzazione
coscienza delle cose
abilità motorie e controllo motorio
identificazione della realtà
apprendimento o conoscenza
capacità di pensare o intelletto
capacità di esprimersi o linguaggio
capacità di comunicare, verbale o non
verbale
· lo sviluppo psico-affettivo
della fiducia
della capacità di sublimare le spinte
libidiche attraverso:
la
razionalizzazione
l’adeguamento
agli usi ed ai costumi
la
solidarietà
l’elaborazione
del senso dell’umorismo
· lo sviluppo razionale e psico-mentale:
dell’obiettività attraverso:
esame
di realtà
rafforzamento
dei confini dell’ Io
sviluppo
di un Io osservatore
del pensiero concreto
del pensiero astratto
del senso di realtà che comprende:
confini
corporei chiari
discriminazione
spaziale (dx-sin, alto-basso, avanti-indietro)
orientamento
spaziale
della capacità di valutare sequenze di
causa-effetto
del funzionamento mentale
sintetico-integrativo
della capacità di intellettualizzare e di
idealizzare
Queste
funzioni si dicono primarie per indicare quanto siano basilari, ma anche perché
dipendono da meccanismi strettamente dipendenti dalle strutture cerebrali; si
potrebbero definire come pre-psicologiche.
Viste
da un altro angolo, questi meccanismi funzionali rappresentano, in qualche
modo, la coscienza o lo stato di
coscienza e, quindi, risultano essere
automatiche, istintive e, per lo più, inconsce (non dipendono dai meccanismi
del conoscere).
Il
neuroscienziato Antonio Damasio sta studiando con attenzione queste
problematiche e parla di coscienza come consapevolezza, cioè un
meccanismo che ci permette di riconoscere, selezionare e scegliere e che
contiene:
·
coscienza di sé =
legata all’identità fisica;
·
coscienza autobiografica
= fatta di ricordi e di progetti;
·
coscienza morale =
dipende dal sistema dei valori.
La
visione più attuale considera la “coscienza” come un fenomeno biologico
paragonabile all’attenzione ed alla memoria che, comunque,
risultano composte da una parte conscia ed una parte automatica, istintiva ed
inconscia.
Consapevolezza: secondo G.Edelman e G.Tononi, è un processo
complesso che permette di scegliere, in una frazione di secondo, su quale
situazione, oggetto e scena, puntare l’attenzione, tra una miriade di
stimolazioni, dirette o indirette, che i sensi percepiscono.
È
chiaro che questa scelta risulta da “fattori soggettivi” e, quindi, è del tutto
personalistica, unica, caratteristica e irrepetibile: ogni soggetto ha una sua
propria consapevolezza.
Coscienza di sé. La consapevolezza presuppone, però, la presenza, a
monte, di una coscienza di sé senza
la quale difficilmente il soggetto potrebbe vivere come propria la scelta
fatta.
Il
Sé viene percepito sotto diverse forme:
·
coscienza di esistere:
che rispecchia la sensazione (istintiva ed automatica) di sentire di essere
vivi e di poter funzionare, non ancora come soggetto che agisce, ma come
“soggetto esistente”, che sente come proprie le emozioni;
·
coscienza di essere:
che dice di essere noi e non un altro e, quindi, di poterci riconoscere (per esempio nello specchio) come presenza
che si mantiene, nel tempo e nello spazio, sebbene possano cambiare certi
particolarità legate al trascorrere del tempo, per esempio, o essere vestiti in
un modo o in un altro.
Porta ad:
·
auto-riconoscimento o auto-identificazione che spesso è preso come sinonimo di senso di
sé che rispecchia diverse aree e diverse
forme:
a) area
del corpo, che riguarda l’aspetto e la funzionalità somatica (pelle, muscoli, visceri,
ecc.);
b) area
della psiche che ci permette di riconoscerci
come portatori di un particolare e caratteristico modello di funzionamento
psico-mentale che concerne emozioni, affetti e pensieri;
c) area
della relazione che permette confronti con gli
altri oggetti che ci accompagnano e che dimostrano funzionamenti psico-mentali
autonomi e caratteristici.
L’auto-identificazione, strutturandosi come auto-coscienza ed
autostima, acquista diverse forme:
- senso di esistere
- senso di essere
- senso di valere come individuo
- senso di insostituibilità
- senso di permanenza nel tempo
- senso di potere
- senso di avere un proprio ruolo
- senso di essere normale
- senso di essere accettati per
quello che si é
- senso di essere accettati in quanto
adeguati
-
senso di essere capiti oltre che di capire
Va
sottolineato che parliamo di attività automatiche ed istintive che nulla hanno
a che vedere con i processi cognitivo-intellettivi che, per altro lato, sono
responsabili di un auto-riconoscimento razionale, deduttivo, fatto di
comparazioni ed anche di rapporti con il nostro essere storico, cioè il poter
ri-conoscere i cambiamenti nel tempo.
Per
essere più chiari, possiamo dire che una persona anziana percepisce
istintivamente (non solo razionalmente) il proprio invecchiare e può
ri-conoscer la propria immagine grazie ad uno schema di sé che si è fatto anche
senza guardarsi allo specchio.
Il
senso di sé viene perduto dai pazienti Alzheimer, mentre si mantiene nei
dementi vascolari che pure conservano il senso ed il significato del proprio
invecchiare.
Un
paziente Alzheimer, posto davanti allo specchi, non si riconosce ed anzi dice:
“… quello non sono io, non vedi come è vecchi e brutto!”; dimostrando così una
perdita del proprio istintivo Io-ideale.
Questa
coscienza di sé o senso di sé “… arriva intorno ai 18-24 mesi e
corrisponde al momento in cui la corteccia prefrontale inizia a maturarsi”
(come dice A.Damasio). Sarebbe quindi come dire che l’essere coscienti di sé
apre le porte allo sviluppo della sfera affettiva, dal momento che è in
questo tempo che il soggetto comincia a differenziare ed a comprendere lo stato
d’animo dell’altro, a prevederne le reazioni e, quindi, a modulare, su queste,
i comportamenti prevedendone le conseguenze.
È
l’autocoscienza che fa vivere come propri i sentimenti (dolore,
angoscia, fiducia, allegria, dispiacere, generosità, altruismo, ecc.) che sono
il fondamento dell’ affettività.
Risulta
importante sottolineare l’esperienza pratica del rapporto con gli Alzheimer, i
quali hanno perso le capacità cognitive e di pensiero astratto, ma conservano
più a lungo modalità di pensare fondate su meccanismi affettivi, che si
esaltano nella relazione e, quindi, danno significatività alla “terapia di
integrazione emotivo-affettiva”.
Questi
meccanismo permettono la comparsa di un “sapere affettivo e relazionale” che è stato descritto da Melanie Klein come relazione
primaria e che viene ripristinato attraverso la presenza del terapeuta che
così permette il recupero, di tutto o in parte, dell’oggetto interno e persino
di “… sequenze di pensiero verbale più logico” (Gerard Le Gouès).
Queste
osservazioni ci spiegano come nell’Alzheimer sia proponderante una destrutturazione
della coscienza che si evidenzia come disorganizzazione delle funzioni
dell’Io che è diviso in due (G.Le Gouès): una parte che é entità come morta,
mentre l’altra continua a funzionare, anche se parzialmente, sostenuta
dall’attivazione delle funzioni affettive meno cognitive e più affettive.
Risulta
chiaro, dunque, che è la perdita dell’auto-identificazione una problematica
importantissima perché la perdita del senso di sé induce un vero crollo
catastrofico, che disarticola il funzionamento dell’apparato psichico,
costringendo il paziente a quel senso di solitudine interna che supporta
una presenza allucinata della madre.
La
psicoterapia, così come, in maniera pragmatica, abbiamo potuto dimostrare,
riesce, attraverso la relazione, a ricomporre, anche se transitoriamente,
alcune funzioni affettive che da un lato permettono di recuperare il senso di
sé (auto-identificazione) e gli oggetti interni.
In
questo modo i pazienti recuperano e rivivono preziosi momenti di insight,
escono dalla solitudine e dal vuoto esistenziale, portandosi via ricordi
favorevoli di buone relazioni che non si perdono, si mantengono da una seduta
all’altra, creando una serie di nodi ai quali il paziente può ancorare le parti
conservate dei suoi funzionamenti psico-mentali affettivi e cognitivi.