ABUSO E SOFFERENZA

 

Romeo Lucioni – Ida Basso – Loredana Reddavide

 

I bambini/e che hanno subito abusi, violenze, maltrattamenti o shock psicologici portano dentro di sé un senso di sofferenza legata alla impossibilità di difendersi dal rischio che il fatto possa ripetersi, ma anche per un vago senso di colpa dal quale non riescono a liberarsi.

È esperienza comune che il bambino si colpevolizzi per quello che succede attorno a lui, è un atteggiamento reattivo forse insito nella natura umana come risposta a quanto vissuto nei primissimi mesi di vita nel dover contenere la propria inconscia distruttività.

In altri precedenti lavori abbiamo parlato di questo atteggiamento che deriva dall’onnipotenza primaria, descritta dalla Klein e che può essere verificata nella clinica dell’autismo. Questi bambini, bloccati nei primi momenti dello sviluppo psico-mentale, vivono l’impossibilità di agire, sono bloccati dal loro senso di capacità di distruggere il mondo.

Per questo, per es., non danno un calcio alla palla, non la lanciano, non emettono suoni troppo forti (a meno che urlino per allontanare gli intrusi dal loro spazio di difesa), non disegnano se non con tratti molto sottili (quasi impercettibili).

Tale atteggiamento resta spesso incistato nel profondo della psiche, nell’inconscio e condiziona atteggiamenti di sottomissione o sensi di impossibilità per contenere l’aggressività e/o l’invasività dei genitori (spesso si riscontra come base strutturale capace di indurre crisi di panico).

 

Abbiamo considerato l’atteggiamento quasi maniacale di ragazze che hanno subito esperienze di semplici attenzioni invasive o irrispettose da parte di parenti o estranei che annidano un risentimento accusatorio molto forte nei confronti dei genitori (soprattutto il padre) che, minimizzando l’accaduto, non sono intervenuti in loro difesa,.

In realtà il sentimento inconscio deriva dalla sensazione di non essere stati difesi dall’accusa, implicita e/o esplicita, di essere loro la causa dell’accaduto o, comunque, di non essere liberati da un possibile sospetto (sensazione di una potenzialità aggressivo-violatoria).

In moltissime esperienze, derivate dal lavoro psicoterapeutico con adolescenti, si evidenziano sentimenti di colpa inconscia legati ad un senso di essere dei perversi per cui c’è quasi l’obbligo di usare sempre una maschera perché “… se mi vedessero come realmente sono, rimarrebbero inorriditi”.

La psicoterapeuta Loredana Signorelli (responsabile de ALI – Aiutiamo l’Infanzia) si chiede come mai i genitori o gli adulti si comportino da Ponzio Pilato, non riconoscendo le sofferenze dei loro bambini molestati, ma dobbiamo riconoscere che non è facile collegare una esperienza banale a delle reazioni che sembrano catastrofiche, per cui è più facile pensare che i ragazzi esagerino nel raccontare le loro esperienze.

Ci siamo trovati spesso a dover affrontare sensi di colpa e di vergogna (profondi ed inconsci) legati alle esperienze con un padre alcolizzato; quante volte poi abbiamo dovuto risolvere il problema di bambini che improvvisamente rinunciano a studiare (le loro performances si abbassano senza motivo) solo perché il loro crescere intellettivo viene vissuto come aggressivo, denigratorio e svalorizzante nei confronti del padre.

 

Parliamo di bambini a rischio di abuso o di sofferenza, intima e profonda; ci interroghiamo su cosa fare per aiutarli.

Forse la cosa più importante sarebbe quella di cominciare a fare circolare l’idea di una ecologia della mente, cioè di dare libertà alle nostre strutture organizzazioni psichiche per fare quanto necessario.

Bisogna cominciare a non occuparci solo di cura del disagio, di terapia dell’abuso, ma di prevenzione, di organizzare interventi capaci di rendere più salde e sicure le organizzazioni psico-mentali dei nostri figli che oggi sono a rischio di contaminazione per “i veleni” che assorbono quotidianamente e contro i quali non hanno né antidoti, né vaccini, né valide difese.

I problemi, per essere risolti, devono essere affrontati con chiarezza, decisione ed unione di intenti.

 

Conclusioni

 

La violenza verso i bambini deve essere considerata in senso lato in quanto le problematiche psico-mentali che si evidenziano nell’infanzia derivano, per lo più, da traumi o da esperienze negative che ne alterano il normale sviluppo.

Non si può minimizzare quanto succede tra le mura domestiche, nella microsocietà abituale, nella scuola, nelle relazioni intersoggettive e sociali proprio perché la clinica dimostra come molte situazioni ritenute dagli adulti banali ed insignificanti, possono, al contrario, risultare,per il bambino, esperienze traumatiche se non addirittura catastrofiche.

La quotidianità a volte porta a sottovalutare i rischi e, mentre si cerca ossessivamente il benessere nei suoi aspetti ludici e consumistici, si trascura il dovere di dare al bambino un ambiente sereno, tranquillo e protettivo anche nei primissimi anni di vita, quando risultano più problematici i processi dello sviluppo psico-affettivo e psico-cognitivo.

Ormai è comune, inoltre, che nella famiglia si tenga poco conto delle esigenze dei bambini (orari, relazioni, espressioni affettive, presenze significative, ecc.) proprio perché diventano prioritarie quelle dei genitori che si trincerano sotto la falsa certezza che i figli devono fare tutte le esperienze per non essere dei “mollaccioni” incapaci di affrontare la realtà sempre più complessa e conflittiva.