PROSPETTIVE ED INTERVENTO CONTRO
L’ABUSO E LE MOLESTIE SESSUALI
Romeo Lucioni, Ida
Basso, Vanessa Schianchi
Secondo Telefono Azzurro, in Italia un bambino su cinque subisce traumi o molestie sessuali che nella maggior parte dei casi avviene in famiglia. Le violenze fisiche o psicologiche sarebbero perpetrate nel 50,7% dai genitori, dai conviventi nel 14,1%, dagli zii nel 16,9% e dai nonni nel 7%.
Le statistiche parlano anche di un fenomeno drammatico: le vittime sono bambini sempre più piccoli; a volte anche di meno di cinque anni ( dati del Cimai).
Anche i pedofili sono sempre più numerosi e più giovani (tra i 25 - 35 anni).
Gli specialisti dicono che non si nasce pedofili, ma lo si diventa, forse a causa delle facili illusioni create in paradisi sessuali che generano, però, frustrazioni e sensi di impotenza da cui nascono traumi e conflitti capaci di disorganizzare la struttura della personalità e creare veri e propri disadattati psichici.
Questi dati agghiaccianti ci pongono interrogativi che ancora non hanno avuto una risposta definitiva o del tutto convincente.
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Perché si diventa pedofili?
Queste persone, presentando una personalità immatura, strutturano sensi di onnipotenza. Quando devono affrontare situazioni per loro insostenibili che determinano sentimenti di inadeguatezza ed insufficienza, si genera un modello di svalorizzazione e di distacco affettivo nei confronti degli altri: non possono salvare l’oggetto.
L’onnipotenza li porta a viversi come invincibili e, quindi, anche nella condizione paranoide di sentire che nessuno è in grado di scoprirli.
Onnipotenza:
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posizione tizioristica;
- certezza di poter avere tutto ciò che si desidera;
- senso di superiorità intellettiva che permette la mimetizzazione;
- percezione di essere in grado di sottomettere gli altri.
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Perché sono più spudorati e rischiano di essere
scoperti?
Questa sicurezza è molto caratteristica perché sostenuto da:
- onnipotenza mentale (ho organizzato in una maniera intelligente e perfetta per cui nessuno potrà scoprirmi);
- svalorizzazione dell’altro (che diventa solo oggetto di cui abusare per risolvere il proprio desiderio) che investe tutti i rapporti interpersonali e, per un atteggiamento di sfida riflesso, anche quelli con le forze dell’ordine.
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Perché non provano sensi di colpa e/o disgusto verso
di sé?
L’onnipotenza sottolinea la debolezza dell’Io e un infantile senso di potere che portano a stabilire una legge propria: mettersi fuori dalla legge degli altri senza sentirsi in colpa.
Ricordiamo che la colpa non è in chi ha il potere perché essa nasce quando si va contro la legge senza averne il diritto (meccanismi che regolano la cosiddetta orda primitiva).
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Quali sono le conseguenze di un abuso?
È importante sottolineare che queste sono differenti a seconda dell’età di chi lo subisce.
a. Nell’età nella quale è in atto uno sviluppo psico-mentale sostenuto (intorno ai due anni), il soggetto dimostra un IO-fragile che è facilmente destrutturabile per stimoli esterni e/o interni anche non proprio significativi.
b. Quando si stanno organizzando le dinamiche affettive (due-tre anni), il fatto traumatico è più sopportabile in sé, ma il soggetto necessita un buon supporto affettivo da parte delle figure di riferimento perché vengono più facilmente coinvolte.
c. Intorno ai quattro anni, quando si accentuano le problematiche edipiche, il trauma disarticola i rapporti con gli aspetti materni e paterni in maniera imprevedibile per cui la disorganizzazione della personalità varia da bambino a bambino.
d. Quando il soggetto ha raggiunto la maturità psico-mentale (10-12 anni) lo stress da abuso o da trauma è più facilmente superabile per cui i danni risultano meno gravi. Non per questo si riduce la responsabilità proprio perché chi abusa non può sapere anticipatamente i danni che potrà provocare.
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Quale intervento è più idoneo per far superare il
trauma dell’abuso o della violenza?
Da anni ci occupiamo della terapia dell’autismo e delle sindromi regressive in cui si evidenziano blocchi o ritardi dello sviluppo. I risultati ottenuti ci permettono di prevedere l’utilizzo della nostra metodica per aiutare a superare gli effetti dei traumi e/o delle situazioni abusive.
Siamo convinti inoltre che l’applicazione di una pet-therapy e, soprattutto l’ippoterapia strutturata su basi scientifiche, possa organizzare un intervento globale e multidisciplinare adeguato
Il modello che proponiamo, tenendo conto delle esperienze cliniche, è quello della S.A.S. (Self Activating System) che, come metodo globale e multidisciplinare, utilizza:
- E.I.T. – una terapia di integrazione emotivo-affettiva basata sulla relazione e su una struttura psicodinamica;
- TyLA – una metodica di riabilitazione globale che sviluppa il senso di sé e l’autosoddisfazione;
- Ippoterapia –propone l’utilizzo del cavallo per rievocare vissuti emotivi ed affettivi e così agire una azione catartica che permette la rappresentazione del Sé nel qui e ora e, quindi, ristrutturare le valenze psico-affettive relazionandole con l’autostima e la possibilità di proiettarsi nelle dinamiche del cambiamento.
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Come riconoscere tempestivamente i segni di un
disagio che deriva dall’abuso subito?
Per rispondere a questo quesito possiamo tener conto dei lavori di Ray Helfer – Henry Kempe e di Carmen Consuelo Isaza R. che mettono in risalto come questi segni cambino in rapporto all’età del bambino che ha subito il trauma.
o Da 0 a 6 mesi: ritardo psicomotorio e della risposta sociale (sorriso, vocalizzazioni, ecc.);
o da 6 a 12 mesi: mancanza di discriminazione affettiva; apatia; scarsa iniziativa di fronte agli oggetti e alle persone; atteggiamento freddo e anaffettivo; ritardo del linguaggio; assenza di contatto sociale; ipotonia; coordinazione psico-motoria ritardata;
o prescolare: diminuzione delle capacità di giocare; anedonia; incapacità di strutturare un gioco; ritardo del linguaggio; incapacità di esprimere affetti; aggressività; negativismo; opposizione; isolamento;
o scolare: difficoltà nelle relazioni interpersonali; mancanza di fiducia in se stessi; inadeguatezza nel gioco in gruppo; indifferenza e freddezza; povertà nell’autostima; facilità a sperimentare sensazioni di paura; mancanza di voglia di esplorare e di sperimentare; difficoltà nell’apprendimento.
La complessità e la conflittualità insiti nella nostra società si stanno accentuando sempre più e ci fanno prevedere che le nuove generazioni saranno soggetti a rischio se non riusciamo a trovare gli antidoti necessari, senza minimizzare situazioni che possono risultare pericolose.
Ci chiediamo:
- Nel caso di abuso sessuale, si può parlare di raptus o, al contrario, è sempre presente una premeditazione?
- Come si spiega la doppiezza di chi circuisce con faccia d’angelo (che rassicura e non fa paura) e poi compie simili nefandezze?
- In chi abusa c’è un forte senso di potere tanto da considerarsi invulnerabili?
- Perché i genitori hanno tante remore per affrontare con fermezza ed anche con denunce per gli abusi subiti dai figli?
Il problema diventa ancora più agghiacciante quando si riscontra che la pedofilia viene esercitata da persone che godono della massima fiducia e sono a stretto contatto con i bambini: educatori, allenatori, sacerdoti, insegnanti, compagni più grandi, familiari.
Indubbiamente è importante consigliare di:
- non fidarsi mai delle apparenze e della troppa “vicinanza”;
- partecipare alle loro esperienze (scolastiche, sportive, ecc.) conquistandone la fiducia e la confidenza;
- non minimizzare le situazioni poco chiare riferite dai bambini, senza accusarli di essere in qualche modo causa e/o complici;
- far sentire che si è totalmente dalla loro parte, dimostrando di avere una ferma volontà di perseguire chi ha approfittato della loro ingenuità;
- ricordare che esperienze apparentemente poco significative possono portare a situazioni più pesanti o provocare traumi importanti.
Se la prevenzione rappresenta un problema sociale di difficile realizzazione, il tema dell’intervento capace di ristabilire un equilibrio psico-mentale disorganizzato dal fatto traumatico, può essere affrontato da specialisti che intervengono su richiesta dei genitori.
Il trauma porta ad un restringimento della coscienza; la terapia si prefigge di dilatarla nuovamente, moltiplicando i vissuti positivi nell’ambito di una relazione a due ed anche di gruppo. Inizialmente riemergerà la memoria dei fatti (elemento catartico), ma successivamente le nuove esperienze andranno a sostituire gli engrammi alterati.
Solo il rapporto terapeutico e controllato, mirato, analizzato, strutturato e monitorato permette di percorrere il cammino di un vero recupero; risultano invece insufficienti ed inadeguati i consigli, i commenti, le espressioni di sostegno di parenti e amici.
Se consideriamo il trauma come il virus che altera la struttura del software psico-mentale, nello stesso modo possiamo immaginare il virus-positivo implicito in una relazione-soddisfacente (Io-ausiliario) come il mezzo utile per rimuovere i files anomali, sostituendoli con altri ben organizzati e sperimentati come utili ed efficaci.
Viene evidenziata la difficoltà di ottenere risultati positivi con il lavoro psicoanalitico, psicoterapeutico e comportamentale; questo ci sembra del tutto spiegabile proprio perché se l’esperienza traumatica ha portato alla disorganizzazione delle funzioni psico-mentali, sarà ben difficile riorganizzarle dal di fuori. Per affrontare il problema in tutte le sue sfaccettature è richiesta una elaborazione, conscia ed inconscia, basata su quei processi proiettivi che solo la stretta relazione con un Io-ausiliario può offrire: il reale e l’immaginario sostituiscono il trauma.