Lavoro terapeutico,
identificazione e relazione educativa.
Romeo – Barbara
Tormen - Leticia Lucioni
Il lavoro terapeutico
aiuta a far capire i meccanismi mentali che sottendono ai comportamenti e alle
scelte espressive; rende chiare le cose complicate, permette una esplorazione
che rende trasparenti ed accessibili gli angoli oscuri della mente.
Nella terapia i sorrisi,
l’ironia, le ripetizioni, le opposizioni, gli scherzi, la serietà,
l’arrabbiarsi, acquistano un valore comunicativo, una ricchezza che è transfert:
una finestra aperta sull’inconscio.
Queste esperienze
permettono di costruire una linearità di pensiero, ricostruttivo nell’incontro
plurisettimanale, catartico, ma, soprattutto, legato ad un “fare” che è drammatizzazione
che diventa cura: molte attività di cura sono semplicemente poter
arrivare a fare.
L’azione diventa una
valorizzazione delle pratiche non discorsive, liberarsi dall’indeterminatezza
della parola, dare verità al sé, al soggetto che si rende visibile.
Il valore
erotico-sentimentale del fare si trasforma in “sapere simbolico del sangue”
(Michel Foucault) che colloca in una situazione che allontana
dall’argomentazione.
Il fare è rendere un
ambiente vitale e, in questo, rendersi “attore” cioè essere capace di
competere, di misurarsi con l’Altro: immettersi nella realtà, nella vitalità
condivisa del rapporto interpersonale.
È compito della terapia
ripristinare i termini costruttivi del linguaggio, così è attraverso la visibilità
che si comincia a ristabilire il dialogo sui valori.
La terapia diventa un
processo che porta a capire se stessi, a intrattenere rapporti con sé e con gli altri, per capirsi e per
scoprire le caratteristiche di coloro con i quali si condivide uno spazio, un
luogo, un ambiente vitale.
Il percorso, al di là del
fare, rappresenta un chiedere ed un interpellarsi sui significati, ma anche sui
perché, sulla storia, sui ricordi, sulle persone, sui nomi.
“Fare” diventa
progressivamente riconoscimento delle proprie competenze e richiesta d’aiuto
per superare le proprie limitazioni; vedersi è riconoscere la competenza, le
originalità, le ricchezze che soggettivizzano.
Vedersi e chiedere è il
cammino per superare la sottomissione, l’annichilimento nel generico, nel
mimetico, nel silenzio. Ecco perché il fare, nel processo terapeutico, diventa parola,
linguaggio e comunicazione positiva e crea punti di incontro, di confronto e di
riferimento.
Quando parliamo di
identità riconosciamo diversi elementi che partecipano a organizzarla. Troviamo
così:
§
elementi naturali,
aspetti materiali come cibo, riposo, sessualità, legame con il territorio e di
sangue;
§
contenuti metafisici
(relazionati con quelli naturali): religione, cultura, miti condivisi;
§
modelli fabbricati o intellettuali, superficiali e
astratti: comportamento, moda, cultura di tipo
utilitaristico, prestigio, immagine, successo.
Sono questi ultimi gli
aspetti che, per il loro rapido cambiamento, inducono situazioni di insicurezza
che genera ansie, stress e disagio.
Gli elementi naturali e
metafisici permettono una identificazione nell’ordine simbolico in cui
l’individuo si sente immerso come soggetto. Quando si tratta invece di
ordine di consumo, l’individuo diventa oggetto caratterizzato dagli
elementi esterni, dai consumi di manufatti, di prodotti intellettuali o
tecnologici, dal giudizio emesso dall’organizzazione sociale.
La maggior importanza dei
valori astratti, a scapito di quelli riferiti al cosiddetto “sacro naturale”,
porta a costituire una identità debole (pensiero debole) o un deficit
identificatorio, libidico ed energetico che si unisce ad una riduzione della
capacità educativa e morale (G.Bachelard: Psicoanalisi delle acque).
I prodotti offerti per
una identificazione astratta vengono imposti e finiscono, con il loro continuo
cambiare, a non risultare atti allo scopo, portando ad un senso di instabilità
ed il soggetto finisce per adattarsi supinamente ad una situazione che non può
gestire, ma vivendo forti impressioni di non essere più il fautore del proprio
destino e delle proprie scelte.
La situazione porta inesorabilmente
il soggetto a vivere la propria identità in solitudine, proprio perché preso
dalla morsa indotta dal continuo cambiamento dei parametri di riferimento ed
una incessante modulazione dei punti di collegamento culturali propri. Da
questo deriva una immagine di Sé instabile perché basata su un asse Io-Sé poco
autentico.
La terapia, intesa quasi
come istinto di sopravvivenza porta a cercare di far rinascere gli
elementi naturalistici per risolvere il dilemma tra natura e cultura.
Mira a portare il soggetto
a confrontarsi con se stesso proponendo una autentica messa a prova delle
capacità-potenzialità, evitando i modelli mimetici della negazione, della
svalorizzazione e, soprattutto, quelli che riguardano la ripetizione ossessiva
e l’acting out.
L’utilizzazione di regole
e modalità è il mezzo per dare al soggetto non solo i limiti comportamentali,
ma un metro, una misura per poter valutare le proprie risposte, ponendole anche
a confronto con quelle degli altri.
È interessante osservare
le strategie che i bambini mettono in atto per controllare le ansie derivate da
sensi di insufficienza e di incapacità. È compito del terapeuta mettere in luce
questi stratagemmi, spiegando al bambino i suoi sforzi per evitare le sue
debolezze e/o disabilità (vere o immaginarie) e, soprattutto, spiegando come la
ricerca di una strategia è segno di mentalizzazione, ma anche è più importante
non nascondersi e come sia preferibile mettersi in gioco piuttosto che fuggire.
Questo modello di
intervento è organizzato anche per scardinare le basi del falso sé e del senso
di onnipotenza (narcisismo primario) e per introdurre un modello di valutazione
e di critica della realtà, personale e/o obiettiva, che apre la strada alla
formazione del narcisismo secondario, base attiva e strutturante del
IO-ideale.
In questo delicato
lavoro, il terapeuta introduce i termini del desiderio che porta a
mettere un freno alle forze libidiche del piacere. Il desiderio apre
alla conoscenza che, molto prima di aver un valore universale, rappresenta un approccio
personale e locale per soddisfare i bisogni e, quindi, può essere considerata
legata al qui e ora, a quelle esperienze che la mano attenta del terapeuta
conduce ad acquisire.
Questo ruolo di
Io-ausiliario serve proprio a creare le dinamiche del possibile (Io
posso), a recuperare le funzioni naturali, gli aspetti materiali che ci legano
all’esperienza, a quel Sé-possibile che libera il soggetto dalle
fantasie onnipotenti introdotte dalla cultura utilitaristico-consumista che
crea falsi eroi, feticci prestigiosi che erano serviti (nello spazio
pre-terapeutico) a creare le illusioni del falso Sé.
Questa lettura del
setting terapeutico porta a dover considerare il tema della imposizione e/o
delle regole.
L’esercizio di una
educazione, così come quello che implica terapia, cura o riabilitazione, può
anche essere inteso come coercizione, anche se valida e legittimata dalle
necessità di un recupero delle finzioni relazionali e sociali.
La pretesa di trattare, curare o riabilitare può, a volte, contenere costrizioni per imporre una verità. Per liberarsi da questi dubbi e immettere l’azione terapeutica nei limiti etici, bisogna portare ogni trattamento ad essere dialogo, ascoltare, parlare, aiutare ad esprimersi. In questo si trovano gli elementi che danno valore e verità alla relazione, liberandola dai virus dell’imposizione.
Imporre fermezza è includere nella dimensione della legge; è immettere in un luogo dove ognuno ha un nome ed un cognome, dove l’uno scopre se stesso nell’occhio dell’altro; è creare uno spazio nel quale la scienza diventa partecipazione, comprensione, condivisione; dove chi subisce imposizioni diventa collaboratore del progetto di crescita in cui le regole sono, in qualche modo, vissute come elemento indispensabile per essere persona.
Vista in questa luce, ogni terapia è una educazione alla resilienza (resistere, riemergere, superarsi in situazioni catastrofiche), un intervento indispensabile per riprendere il proprio Sé, per vedere quello che non siamo abituati neppure a guardare, per immaginare una nuova realtà, per scoprire i limiti, ma anche potenzialità e prospettive; essere, in altre parole, il mezzo attraverso il quale il soggetto diventa una risorsa per se stesso.
FUNZIONAMENTO DELL’ORDINE LEGALE
E SENSAZIONE SOGGETTIVA
Nell’approccio socio-culturale il
rapporto con la legalità si sviluppa in differenti aree che per di più sono
legate tra loro:
-
della dimensione individuale;
-
della dimensione sociale;
-
della dimensione globale che si riferisce ai rapporti
tra Paesi e, di conseguenza, alle relazioni che intervengono tra distinti paesi
e il senso di legalità assoluto.
Quando ci spostiamo nel piano
individuale la legalità si riferisce :
·
al vissuto interno, profondo ed intimo che è il senso morale: dà significato alle
relazioni interpersonali;
·
alle dinamiche interpersonali di amore-odio,
solidarietà-indifferenza, emozioni-affetti;
La legalità, vista da un altro
punto di osservazione, non è sempre la stessa, ma si modifica e assume ruoli e
significati diversi secondo il periodo storico e la dimensione geografica a cui
fanno riferimento.
Oggi, dunque, la legalità è qualcosa di diverso rispetto alla lettura che se ne poteva fare in passato proprio perché sono cambiati i rapporti tra il soggetto e la funzione sociale.
Il rapporto tra ordine legale e libertà soggettiva, mai come nell’attualità, è diventato argomento di studio proprio perché è altamente conflittivo il rapporto tra potere e soggetto. La struttura della società è passata a difendere sempre più i deboli proprio perché i forti lo diventano sempre più dal momento che possono controllare la scienza, la tecnologia, le comunicazioni, il potere economico-finanziario-militare, ecc. Anche l’educazione e la formazione risentono di questa situazione e forse proprio in questa dimensione il problema diventa struggente in quanto ci si chiede addirittura se non sia un abuso cercare di imporre un determinato modello culturale. Persino nell’approccio con la disabilità emerge con tutta la sua virulenza questa questione e sono molti coloro che difendono l’idea che ognuno ha il diritto di vivere la propria identità, valorizzando la disabilità come “diversa abilità”.
Molti ricercatori sostengono che non è corretto obbligare qualcuno a fare qualcosa contro la propria volontà, scontrandosi con gli altri che invece sostengono l’obbligo della società di portare ogni individuo a fare una scelta pre-determinata, tenuto conto che “… non sa quanto stia perdendo ed anche quanto perde in termini di auto-soddisfazione!”.
Cercare di affrontare questo tema diventa più facile se introduciamo il confronto con la disabilità.
§ Se consideriamo la questione dei modelli educativi in rapporto con lo sviluppo normale (o quasi) del bambino quasi ci troviamo a sorvolare sulle problematiche che ne derivano proprio perché la rapidità dei cambiamenti scioglie di per sé i nodi teorici.
§ Quando invece, dobbiamo tenere in conto le dinamiche che intervengono nella disabilità e/o nell’handicap il discorso è totalmente diverso.
- da un lato, le aspettative del disabile;
- dall’altro, il disegno programmatico tracciato dagli educatori su un terreno, però, dove le conoscenze sono ancora limitate.
- é l’ambito che deve adattarsi al disabile;
- è, al contrario, l’intervento che deve portare il disabile a inserirsi in un ambiente per lui ostile o,comunque, ogni giorno più difficile e complesso, quando non proprio conflittivo.
- ci sono persone che chiedono per i loro figli una stuoia (angolo di sicurezza) stesa in ogni luogo possibile, dove il bambino possa isolarsi tranquillamente e starsene a guardare fuori dalla finestra;
- ci sono altri che non accettano una soluzione riduttiva e chiedono l’imposizione delle regole e, soprattutto, … non cedere alle difficoltà, imporre i cambiamenti (per il bene del bambino).
Queste considerazioni hanno diviso anche gli specialisti tra i quali alcuni definiscono abuso cercare di rompere l’isolamento, di imporre una nuova legge scritta sui parametri di una determinata società, fare accettare tempi, luoghi e modalità.
La discussione si ripete anche sui limiti raggiungibili che, spessissimo, sono ritenuti nulli e/o molto lontani dalla normalità e sembrerebbe che la risposta ai quesiti sull’abuso e l’imposizione della verità dipenda solo dai risultati ottenuti.
Prescindendo da considerazioni teoriche e da metodiche di misurazione (checklist) le conclusioni possono essere tratte da considerazioni pragmatiche.
Se un bambino diversamente abile (accettiamo pure questa definizione) vive in una situazione di isolamento, di conflitto, di impedimento a crescere nelle relazioni interpersonali e sociali, dobbiamo pensare di avere raggiunto un buon risultato quando:
- può riprendere a godere di buoni rapporti intersoggettivi all’interno della famiglia;
- accetta di frequentare4 la scuola e, in questa, riesce a dimostrare buoni profitti;
- lui e la famiglia intera possono tornare a frequentare amici e parenti senza il timore di dover vivere momenti di violenza, di disturbo, di profonda crisi;
- comincia ad interessarsi della vita della comunità, sfruttando favorevolmente momenti di svago, di vacanza, di scambio sociale, oltre che quelli riferiti all’acquisizione di conoscenze, di abilità, di capacità nel problem solving.
Alle volte viene ricordato il motto di Machiavelli “il fine giustifica i mezzi”, ma non si tratta di mettere davanti a tutto un fine quando il processo di crescita e di sviluppo è assai complesso e delicato.
Basandoci su una esperienza ormai quasi ventennale, ripetiamo ai genitori che la terapia va iniziata molto presto, il prima possibile, proprio perché se si necessitano tre-quatro anni per raggiungere buoni risultati è evidente che il limite fatidica dei 9-10 anni si raggiunge troppo in fretta. E questo limite, se da un lato implica il chiudersi della finestra della plasticità cerebrale (Levi Montalcini), per altro riguarda un limite fisico: quando ti trovi davanti un ragazzone più forte di te, come farai a imporre il tuo punto di vista? La tua legge va contro la sua indisposizione al cambiamento e alla sua strenua opposizione.
Il tema poi del curare e della guarigione è sicuramente spinoso, ma aderiamo a Lacan quando dice che l’analista che vuole curare, solamente agisce il suo delirio di onnipotenza.
Non si tratta di imporsi l’obiettivo della cura, ma quello della qualità del programma e/o dell’intervento. Una terapia è di qualità non in base ai risultati, ma quando è modulata sul metodo, sulla programmazione che, eseguita da professionisti preparati e con formazione aggiornata, segue le linee guida tracciate e validate da lunghi anni di esperienza.
La psicologia, la psicoterapia, la psicoanalisi, la psicodinamica e, aggiungiamo, la timologia non sono scienze empiriche, anche se riconoscono l’unicità del paziente e, quindi, la traccia personalistica dell’intervento. Il costrutto epistemologico (gli psicoanalisti classici rifiutano di essere chiamati epistemologi) è la base teorico-clinica e la piattaforma è validata dall’esperienza. Entrambe permettono di affrontare il tema della terapia e della riabilitazione dei disturbi dello sviluppo con certezze, con sicurezza e con una chiarezza scientifico-professionale che ci permettono di definire il nostro intervento soprattutto etico, anche quando siamo costretti ad imporci, quando rifiutiamo la violenza della malattia, l’ottusità oppositiva del soggetto. In ogni modo, non stiamo abusando di lui, anche perché (è il frutto quotidiano dell’esperienza) i nostri bambini ci riconoscono come amici, come fonte d’amore e sempre ci raggiungono nel setting con entusiasmo, con un sorriso e con un bacio!