L’ESILIO DELL’IO
Il Caso di Frank
Romeo Lucioni, Ida Basso, Katiuscia Perrone, Maria Grazia Trentini
È veramente appassionante la ricerca psicoanalitica di quadri psicopatologici che, pur non perdendosi nel labirinto della irragionevolezza, strutturano e costituiscono scenari di un narcisismo perturbato o di esaurimento delle riserve narcisistiche.
Ci riferiamo a pazienti il cui dramma esistenziale non presenta problemi di conflittualità edipica e/o di perturbazioni della relazione con oggetti interni, ma che, drammaticamente, dimostrano difficoltà o disordine nell’identificazione.
Questi pazienti, per lo più "sani" agli occhi degli altri, vivono esperienze difficili, disturbanti e angoscianti nella propria intimità, nel segreto dei propri vissuti profondi che non traspaiono, che non sono notati in una "coda" al supermercato, sulla scrivania dell’ufficio, nell’atmosfera chiusa di una automobile, ecc.
Vissute come al "limite", queste esperienze lasciano il dubbio di poter cadere inesorabilmente nella "follia" così che si instaurano vere e proprie "lotte" nell’ambito di quella che Grisen A. ha chiamato "follia privata".
Queste situazioni sono evidenziabili anche e, forse, soprattutto nei casi di perturbazioni della psiche dei bambini per cui diventa interessante affrontarne la realtà.
Nel caso di Frank la dimensione di "privato" può essere riferita ad un accadimento tanto sorprendente e giocoso, quanto profondamente turbante: il piccolo, dopo i primi giorni di scuola (all’inizio della prima elementare), si è chiuso nella sua stanza per parlare con il cane delle esperienze vissute, mentre non era riuscito a farne partecipi né la sorella maggiore, né i genitori.
Frank è giunto alla nostra osservazione quasi per caso, su consiglio di una amica della madre la cui figlia pratica dell’ippoterapia.
Ai tre anni le maestre della scuola materna notavano caratteristiche di isolamento, di svogliatezza, di indifferenza verso le attività educative per cui avevano messo in allarme la famiglia per un possibile "quadro di autismo" (sic!!).
La neuropsichiatra infantile dell’ASL aveva riconosciuto una "grave forma di autismo" e i genitori, indirizzati ad un Centro universitario specializzato, si sorpresero per la difficoltà dimostrata dai "professori" di arrivare ad una diagnosi precisa, anche dopo un periodo di osservazione di ben un anno e mezzo.
Il bambino iniziò una "psicoterapia" non ben definita, forse definibile più una ludo-terapia (una volta la settimana) piuttosto che un intervento di tipo psicodinamico o psicoanalitico..
All’osservazione presso il Centro di E.I.T. Frank, già di cinque anni e mezzo, si dimostra un bambino estremamente insicuro ed immaturo; piagnucola in continuazione; si spaventa di qualsiasi cosa gli si dica di fare; piange disperatamente quando si cerca di metterlo in piedi su di un cilindro (alto 1 metro e mezzo).
L’incontinenza emotiva si accompagna ad un senso di sé veramente povero, che si manifesta nel non poter reggere, anche nel gioco, il minimo confronto con i coetanei.
Il rapporto con gli oggetti è buono; inadeguato lo sviluppo psicomotorio e le capacità motorie fini e complesse; la tenuta sul compito limitatissima; il contenimento della frustrazione inesistente: il quadro psichico può essere riferito ad un deficit strutturale dell’ Io o come una "debolezza delle funzioni adattive dell’Io". Per altro lato, non si possono evidenziare segni riferibili ad una struttura psichica di tipo autistico.
In queste condizioni, Frank comincia una psicoterapia relazionale E.I.T. con il fine di raggiungere il più rapidamente possibile, per intero o in parte, i prerequisiti per accedere alle tecniche più specifiche della riabilitazione e all’ippoterapia, utili per rafforzare l’autovalorizzazione e per poter entrare nella scuola dell’obbligo (va sottolineato il fatto che il ritardo di una precisa diagnosi clinica o di una diagnosi funzionale non ha permesso di predisporre nessun tipo di intervento di ausilio o l’intervento di un docente di sostegno).
Nelle prime sedute terapeutiche, Frank ha dimostrato buone qualità cognitive ed una predisposizione adeguata ad apprendere; il suo Io-debole lo portava a trovare enormi difficoltà per inserirsi nei lavori di gruppo (anche se piccolo), ma, tuttavia, l’impegno dei terapeuti e dei genitori hanno permesso di offrire sufficienti supporti per migliorare gradatamente ed in maniera evidente le sue performances.
L’inizio della scuola è stato piuttosto burrascoso soprattutto perché le insegnanti si sono trovate di fronte a difficoltà non segnalate, ma la professionalità ha permesso loro di creare per il bambino le condizioni di poter dimostrare chiare possibilità di miglioramento.
Oltre alla terapia Frank inizia sedute di TyLA (Tymology Learning Approach) specificamente indirizzate alla riabilitazione cognitiva, centrata sull’acquisizione di abilità prescolari (formazione di parole, lettura, scrittura, riconoscimento delle figure geometriche, dimensionamento nello spazio della riga e del quaderno) e sullo sviluppo della frase e della comprensione del testo.
Il bambino comincia anche l’ippoterapia che lo porta rapidamente ad acquisire le funzionalità specifiche per la guida, per il volteggio e per svolgere anche esercizi sulla groppa del cavallo tenuto fermo.
Tutte queste attività inducono in Frank un migliore senso di sé, una più valida tenuta sui compiti, una più decisa "volontà" nell’eseguire tutti gli esercizi, capacità di raffrontarsi con i compagni e con l’Altro.
Sicuro di sé e spinto dal desiderio di "fare" e di "farsi vedere" viene tolto dalla psicoterapia ludica, ritenuta ormai dannosa poiché condizionava troppo il giovane a richiudersi in "fantasie, sogni, illusioni", quando invece si stava indirizzando l’intervento terapeutico e riabilitativo verso l’impegno, la crescita, il confronto con la realtà.
La valutazione con il test TINV (test di intelligenza non verbale) ha evidenziato:
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Questo caso risulta di particolare interesse perché ci pone di fronte ai temi scottanti che riguardano l’handicap.
L’ordinamento in vigore prevede che nei casi di difficoltà nell’educazione si debba provvedere a richiedere agli organi competenti una diagnosi clinica e/o una diagnosi funzionale. Questa, se emessa per sottolineare una menomazione, una disabilità o un handicap, fa scattare gli interventi che si riferiscono a sussidi economici alla famiglia e a supporti educativi (insegnante di sostegno). La metodica fa riferimento a disabilità o a handicap più o meno gravi che però non prevedono obiettivi specifici per miglioramenti qualitativi e/o quantitativi parziali: è radicata l’idea che l’handicap psichico sia riferito comunque a situazioni stabili, per le quali sia praticamente impossibile un miglioramento e/o una risoluzione.
Senza diagnosi, il piccolo può intraprendere un cammino educativo "come se fosse normale", ma senza nessun aiuto ufficiale e concordato.
Da questo punto di vista, possiamo affermare che Frank è stato fortunato perché ha potuto cominciare la scuola normalmente, con pari opportunità rispetto ai compagni, senza preventive emarginazioni, usufruendo di aiuti esterni efficienti ed efficaci. In questo modo, il piccolo può dimostrare tranquillamente (le tensioni sono sopportate dai terapeuti e dai famigliari) quanto può progredire e raggiungere i prerequisiti necessari per "continuare con le sue gambe".
Siccome i miglioramenti sono evidenti, si potrà valutare alla fine d’anno scolastico se fargli ripetere la prima classe (con conseguenti buone possibilità di ricominciare bene) o se ci saranno le condizioni per poter entrare in seconda.
Anche dal punto di vista clinico il caso diventa interessante in quanto ci pone di fronte ad uno dei tantissimi e frequentissimi casi che ogni anno gli educatori e gli insegnanti devono affrontare.
Cosa bisogna fare se il bambino non è portatore di handicap, non dimostra disabilità funzionali, ma presenta i segni di semplici "difficoltà nello sviluppo psico-mentale"?
Prescindendo dalla "diagnosi psicodinamica" che potrebbe far riferimento a "difficoltà nell’identificazione", il caso di Frank ci parla di un bambino che:
Le sue difficoltà identificatorie lo portano a isolarsi, a chiudersi e questa "perdita del sociale" gli toglie contenuti di vita e senso di sé.
L’addormentarsi in classe o l’accoccolarsi in fondo all’aula sono un tentativo per uscire dalla realtà e per ritrovare una propria dimensione nel sogno e non nell’immaginario, facendo così prevalere la passività, l’indifferenza e l’inazione.
Frank non riesce a espletare le sue proposte pulsionali, ritira l’aggressività, coarta il suo sviluppo motorio; l’attività si riduce a espressioni da pagliaccio, a saltelli, a "miagolii". Tutte queste manifestazioni non sono però riferibili a deficit strutturali (neurofisiologici), ma solamente a ritardo nello sviluppo psico-affettivo e psico-cognitivo, e tenendo conto che il bambino compirà i sei anni a dicembre, possiamo sottolineare il rapido cambiamento e l’adeguamento ai parametri dell’età e alle esigenze del programma scolastico.